Partecipate, norma-trappola A rischio i crediti dei fornitori

La riforma Madia separa le società dagli enti pubblici che le controllano. E se le prime possono fallire come le aziende private, Comuni e Regioni non rispondono più dei debiti

Profitti se ne sono quasi sempre visti pochi perché una società a partecipazione pubblica difficilmente è un modello di sana e prudente gestione, ma la socializzazione delle perdite potrebbe essere il colpo di grazia a un sistema economico già in forte sofferenza.Tutto nasce dal decreto attuativo della riforma Madia che stabilisce un nuovo regime per le partecipate dalla pubblica amministrazione. Finora sono stati messi in particolare evidenza gli elementi politicamente più controversi come la nomina degli amministratori unici in luogo dei cda e il passaggio della cabina di comando dal Tesoro a Palazzo Chigi.

Ma c'è un altro passaggio che rischia di trasformarsi in un vero e proprio boomerang per questa innovazione legislativa scopiazzata dal piano di spending review dell'ex commissario Carlo Cottarelli. In particolare, il testo stabilisce che tutte le partecipate sono soggette alla legge fallimentare come ovvia conseguenza della scelta di trasformare le società pubbliche in spa o srl.Il problema è rappresentato dalle società in house, quelle costituite da Regioni e Comuni per erogare servizi pubblici dei quali sono dirette affidatarie. Generalmente l'azionista è unico ed è proprio l'ente locale che le ha costituite. Tutti i rapporti finanziari tra la società in house, i clienti e i fornitori sono condizionati dal fatto che lo Stato, la regione e il Comune non possano fallire. E questo il motivo per il quale le aziende creditrici delle pubbliche amministrazioni aspettano anche più del lecito quando la controparte è in ritardo con i pagamenti: sanno che prima o poi l'assegno sarà staccato.

Se queste società possono fallire, tuttavia il discorso cambia radicalmente. Proprio quei crediti che oggi sono considerati legittimamente esigibili dalle imprese, in virtù della forza relativa del socio di maggioranza (assoluta o relativa), potrebbero da un giorno all'altro trasformarsi in carta straccia. E non stiamo parlando di bruscolini. Secondo le rilevazioni della Corte dei Conti, gli organismi partecipati dalle amministrazioni pubbliche registravano all'inizio dell'anno scorso un ammontare debitorio di circa 83 miliardi di euro dei quali oltre 60 miliardi relativi a soggetti esterni alla Pa. I creditori saranno i primi a soffrire le conseguenze di un eventuale fallimento, ma le ricadute economiche non sarebbero di poco conto. Un'azienda non pagata può fallire, può essere costretta a ridurre il personale o, nella migliore delle ipotesi, ridurre gli investimenti per contenere i danni. Ecco, quindi, come la «privatizzazione» delle partecipate diventa una socializzazione delle perdite.

È chiaro che dall'oggi al domani non verranno cancellate le circa 8mila partecipate dagli enti territoriali, ma è sicuramente preoccupante che con un tratto di penna il governo di Matteo Renzi si sia messo in condizione di potersi scaricare di un imbarazzo.Si tratta, comunque, di un'arma a doppio taglio. Se il cliente è in stato di fortissima tensione finanziaria, il fornitore potrebbe ben decidere di non intrattenere più rapporti fino a quando le pendenze non inizino a essere saldate. Il che significa che, in alcuni Comuni, alcuni servizi pubblici potrebbero subire notevoli peggioramenti della qualità. Il fatto che gli amministratori (spesso diretta emanazione degli organi politici) possano essere perseguiti per la responsabilità di un eventuale danno erariale non cambia le carte in tavola. Si tratta, infatti, di società le cui performance negative sono spesso generate da un'eccedenza di personale rispetto alle reali necessità.Se trasporti, elettricità, e gas possono essere gestiti bilanciando costi e ricavi, per altre tipologie di offerta (asili, illuminazione pubblica, sport e cultura) si può pensare a una forma alternativa. L'ipotesi suggerita dal Sole 24 Ore è l'«azienda speciale», cioè una o più municipalizzate per quei servizi come le mense scolastiche e l'aiuto agli anziani che di per sé non sarebbero in equilibrio di bilancio.

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Commenti

swiller

Mar, 09/02/2016 - 08:55

Altra foto di degno rappresentante del parassitismo e dell'inutilità della politica.

unosolo

Mar, 09/02/2016 - 09:17

allora prima si sono presi e ancora prendono soldi ai pensionati direttamente in busta paga , ora si prendono i soldi delle imprese che fanno lavori per conto dei comuni , regioni o province , una norma che forse fermerà ancora le imprese , sarà il caso che prima di iniziare i lavori si facciano dare i soldi visto la legge che li mette KO , governo ladro anche su fallimenti , loro non pagano e ditte perdono capitali e posti lavoro ,ladri, non ci dormono per truffare chi lavora

cicero08

Mar, 09/02/2016 - 09:44

ecco perché la spending review è fonte di infinite polemiche...

Aegnor

Mar, 09/02/2016 - 10:23

Se il fornitore decide di non intrattenere più rapporti con il cliente in sofferenza,ci sono subito pronti i fornitori "parenti,amici e amici degli amici" come sta accadendo un pò in ogni settore pubblico e privato,tutta l'economia Italiana in mano a Braghettone e alla sua cricca,del resto si sa,gli avvoltoi si nutrono di carogne.