Pd, Orlando assedia Renzi: referendum se ti allei con Fi

Sfida al leader: in caso di intesa con Berlusconi serve sentire gli iscritti. La segreteria lo gela: niente da fare

Bastava un applausometro, l'altroieri in piazza Santi Apostoli, per capire l'aria che tira. Il mite Giuliano Pisapia, ormai calato nel saio penitenziale del «federatore», soppiantato dal popolare Pier Luigi Bersani, che pure trascinatore di folle non è mai stato. Quale sia stato il pizzico di «sale» in più è presto detto: Pisapia ha fatto voto di non dire una parola su Renzi e le sue politiche, Bersani se n'è fatte scappare un paio, e la folla ha risposto con entusiasmo.

Impossibile che una formazione nuova, sia pure con il progetto di una «casa comune», possa nascere senza collante, ma il vinavil non è Prodi bensì l'anti-renzismo. «Altrimenti non saremmo qua», è stato il lapalissiano commento che ha percorso la piazza. «Siamo alternativi», ha ricordato ieri pure Fassina. «Discontinuità» dal Pd comporta che il dialogo ventilato da pretesi «pontieri» è illusione strumentale. «Non vedo contrapposizioni tra Renzi e Pisapia, ci sono le condizioni per ricomporre il centrosinistra», è la balla colossale spacciata dal ministro Andrea Orlando ieri in tivù a SkyTg24, dopo essere stato in piazza Santi Apostoli come «osservatore». Orlando si trova in una posizione ardua: debole e ininfluente nel Pd, cerca di sfruttare ogni pretesto per ottenere da Renzi un minimo di considerazione. In questa chiave è da leggere la sfida lanciata al leader, sulla base di una (ormai impossibile) ricucitura. Si potrebbe fare, argomenta Orlando, basta che ci sia un limite: no a un'intesa con Berlusconi. In questo caso, minaccia, «dovremmo chiedere ai nostri elettori cosa ne pensano di un'alleanza di cinque anni con Berlusconi senza la prospettiva delle riforme. A me sembra una prospettiva inquietante. Dovremmo attivare il meccanismo del referendum previsto dallo statuto ma mai utilizzato».

L'idea piacerà magari a Napolitano, mentore orlandiano, ma non è neppure attuale. E puzza di ballon d'essai lontano un miglio. Nessuno dei due leader ha per ora intenzione di allearsi con l'altro, tantomeno sbandierandolo prima delle elezioni. Ma se fosse indispensabile per dare un governo al Paese - come accaduto già nel passato con Letta, senza che Orlando abbia alzato gemiti («L'unico governo con Berlusconi il Pd l'ha fatto con Bersani segretario e Orlando nel gruppo dirigente: non ricordo come andò quella volta il referendum tra gli iscritti», punge Lorenzo Guerini) -, entrambi si sono riservati di poterlo fare. Dipenderà dal sistema elettorale, oltre che dalle urne. Non da Orlando, che cerca soltanto di guadagnarsi un po' di terreno con il vecchio vinavil usato per vent'anni: l'anti-berlusconismo.

Quale sia il sistema di relazioni in quel «campo progressista» che Pisapia vagheggia, e Renzi vorrebbe tutto per sé, è di facile intuito. Il bersaniano Speranza ha fatto sapere che «Orlando non può stare con un piede in due staffe, chi oggi è nel Pd deve scegliere: o con noi o con Matteo». E da sinistra arriva lo stop di Fratoianni: «Trovo incredibile che Orlando possa essere considerato un interlocutore: non scherziamo, è stato ministro anche con Letta ed è autore di provvedimenti che poco hanno a che fare con la sinistra». L'ex pidino D'Attorre vede gli orlandiani a un «bivio», e i movimenti di elettori nelle ultime amministrative «preoccupano»: lo ha ammesso lo stesso guardasigilli. Così quel che argomentava un ex organizzatore di truppe come Nico Stumpo dovrebbe suonare come ultimo avviso: «Ai compagni che sono rimasti nel Pd dico che il tempo scade, mica si può arrivare quando tutto è crollato...». Ecco perché l'attacco portato dal leader della fronda al bunker di Matteo assomiglia a uno sfondamento di porta a cranio nudo. Le cui conseguenze si possono facilmente immaginare.