Il Pd resuscita e sorpassa i 5s. Renzi già boicotta Zingaretti

Fronda degli uomini dell'ex premier che contestano i numeri: «I voti assoluti sono meno che nel 2018»

La campagna elettorale è finita, e nel Pd riemergono tutte le tensioni interne che erano state messe a freno prima del voto.

Così, mentre il segretario Nicola Zingaretti celebra il risultato dignitoso, il piazzamento come secondo partito e - soprattutto - il simbolico sorpasso sui Cinque Stelle, i renziani fanno partire il controcanto. Numeri alla mano: «Rispetto al 4 marzo 2018 - segnala Luigi Marattin - i Cinque Stelle perdono 6,1 milioni di voti; Forza Italia 2,2; il Pd 110mila voti». E' la prima stecca nel coro della narrazione positiva: le ultime elezioni politiche costituirono il punto più basso della parabola renziana, con il Pd inchiodato al 18%. Un anno dopo, con il nuovo leader, la percentuale risale e sfiora il 23%. Ma, in voti assoluti, ha ottenuto l'appoggio di meno elettori. Di lì a poco è Roberto Giachetti, già candidato «renzianissimo» alle primarie dem, a metterci il carico da undici: non solo si sono persi più di 100mila voti rispetto all'anno scorso, ma non si è recuperato nessun voto a sinistra con il rientro trionfale degli scissionisti dalemiani: neppure quello dei parenti di Bersani: «Abbiamo certamente scavalcato i 5 stelle ma resistendo (nella corsa a scendere). Abbiamo certamente ottenuto risultati importanti in alcune grandi città», dice. Però rispetto al 2018 (6.161.896) «in questa tornata (6.047.118) perdiamo 114.778 voti. E se ci aggiungiamo un pò di voti che sono arrivati dagli elettori di Mdp, è facile quantificare in almeno circa 200.000 voti in meno rispetto alle politiche». Poi la sfida: «Vogliamo continuare a concentrarci sul bacino di sinistra, che praticamente non esiste, o ci concentriamo su moderati e delusi?».

Al Nazareno cresce l'irritazione: «Stanno cercando di sporcare la vittoria di Nicola per dimostrare che il Pd è una bad company, e per oscurare le vittorie nelle città», si sfoga un dirigente zingarettiano. Alla provocazione di Giachetti il segretario fa rispondere seccamente: «Un'analisi fuorviante: alle politiche votarono molti più elettori, e il risultato Pd fu disastroso». Zingaretti celebra la «ripartenza» del partito che, sottolinea, cresce di «quattro punti» rispetto alle politiche: «Ci davano per spacciati ma gli italiani ci hanno aiutato a voltare pagina e oggi rappresentiamo il pilastro per la costruzione della alternativa al governo Salvini». E sottolinea che, con i Verdi e Più Europa, il centrosinistra parte dal 28%. «Ora serve una fase rifondativa del Pd», avverte.

Nel pomeriggio, quando inizia lo spoglio per le amministrative, arrivano buone notizie: certo, il Piemonte (come previsto) è perso, ma il Pd si annette al primo turno la vittoria a Firenze, Bergamo, Bari, Pesaro, Modena eccetera, e va al ballottaggio con il centrodestra in molte altre città. Ma subito arriva la rivendicazione del fiorentino Matteo Renzi: l'unica vera vittoria è mia, è il senso: «La vittoria della Lega alle Europee è netta. E' altrettanto evidente che la risposta più forte alla vittoria di Salvini arriva oggi da Firenze, grazie al bravissimo Dario Nardella». Ossia il suo successore a Palazzo Vecchio. Anche l'ala soft del renzismo fa capire a Zingaretti che la tregua elettorale è finita: «Arrivare secondi non basta», avverte Lorenzo Guerini, e la ricetta per crescere è una sola: «Guardare ai moderati». Un messaggio arriva anche da Carlo Calenda, trionfatore nelle preferenze e soprattutto traino di un inaspettato aumento in voti assoluti del Pd nel Nordest: «Adesso occorre un'alleanza con una nuova formazione dei Verdi e un vero partito lib-dem». Che in verità è però ancora tutto da inventare.