Pd, Zingaretti cambia (lo statuto) per non morire

Parità di genere negli organismi dirigenti, più rappresentanza dei territori, una piattaforma deliberativa online, ballottaggio alle primarie e il segretario che non è automaticamente candidato premier

Riformare una volta per tutte il Pd, aprendosi ai territori e lanciando una piattaforma Rousseau in salsa dem. Era l'obiettivo annunciato a metà ottobre da Nicola Zingaretti contestualmente al sogno, infranto dalla sconfitta alle Regionali in Umbria, di un polo progressista con il Movimento 5 Stelle. Obiettivo che il governatore del Lazio sembra avere finalmente raggiunto. Infatti, la Commissione Statuto Pd coordinata da Maurizio Martina ha approvato all'unanimità le modifiche allo statuto del partito, in attesa della loro ratifica da parte dell'Assemblea nazionale in programma a Bologna il prossimo 17 novembre.

Come riporta anche Repubblica, si è trattato di un lavoro durato vari mesi in cui Zingaretti ha provato a orientare l'operato della Commissione nella direzione da lui voluta fin dal primo giorno del suo insediamento come segretario nazionale: rapporto più stretto con i territori (anche online), semplificazione dello strumento delle primarie e maggiore coinvolgimento degli iscritti, in particolare le donne.

Cambiare per non morire

"Potremo aprire così la più grande sperimentazione di mobilitazione civica e democratica dal basso, raccogliendo tutte le energie pronte a dare una mano in modo plurale e unitario per costruire l'alternativa alla destra nel paese". Così l'ex ministro Martina, fiducioso che la riforma dello statuto del Pd possa contribuire al rilancio di un partito che i sondaggi delle ultime settimane, dopo l'inizio dell'esperienza di governo con il Movimento 5 Stelle, descrivono come boccheggiante. Di qui la necessità, ritenuta impellente da Zingaretti, di fare qualcosa per provare a invertire la tendenza. "Cambiare per non morire", il senso di un'operazione che secondo gli auspici dei dirigenti dem dovrebbe consentire loro di recuperare il rapporto con quelle fasce sociali che si sono sentite snobbate dalla sinistra, se non addirittura tradite, tanto da spostarsi a destra: operai, artigiani, dipendenti pubblici.

Stop automatismo segretario-candidato premier

Circa metà dei 47 articoli dello statuto sono stati rivisti o addirittura riscritti. Ma cosa cambia in concreto? La novità più interessante, anche agli occhi di chi non vota Pd, è lo stop all'automatismo segretario-candidato premier. Dunque, d'ora in avanti toccherà a Zingaretti e ai suoi eredi "avanzare la proposta di un diverso candidato all'incarico di presidente del Consiglio". Inoltre, alle eventuali primarie del centrosinistra in caso di coalizione, potrà partecipare più di un candidato dem. Era già successo nel 2012 quando alla sfida allargata a Laura Puppato, Nicki Vendola e Bruno Tabacci avevano partecipato contemporaneamente i grandi "nemici" Pierluigi Bersani e Matteo Renzi. Quella che allora era stata una "concessione" di Bersani, ora diventa una regola.

Le primarie diventano un ballottaggio

Cambiano anche le regole per l'elezione del segretario. A partire da oggi, ad accedere alle primarie saranno soltanto i due candidati più votati dai circoli, e non più i primi tre. Dunque le primarie vere e proprie, quelle aperte a tutti, saranno un testa a testa. Un ballottaggio, insomma. Norma pensata per evitare che il candidato uscito dai gazebo senza la maggioranza assoluta possa essere messo in discussione dall'Assemblea nazionale, a cui spetta la ratifica del risultato. Niente più giochi di palazzo.

Ecco la piattaforma Rousseau dem

Ormai il consenso non si costruisce più nelle piazze, ma sul web. Dove si spostano i processi decisionali grazie alla creazione di una "piattaforma deliberativa online". Una sorta di Rousseau in salsa dem pensata "Per l'analisi, il confronto, l'informazione, la partecipazione e la decisione ovvero per la fase della discussione e del dialogo che precede e accompagna le decisione assunte poi dagli organi rappresentativi e di direzione del partito". Piattaforma aperta non solo agli iscritti, ma anche agli elettori.

Parlare alle persone. È questa la (nuova) mission del Pd a guida Zingaretti. Il rapporto con i territori sarà garantito dalla nuova Direzione nazionale, che per metà - 60 membri su 120 - sarà composta da delegazioni delle regioni. E nell'Assemblea nazionale - una sorta di piccolo Parlamento dem - entreranno di diritto tutti i sindaci dem dei comuni capoluogo di provincia e i segretari provinciali.

Dai circoli ai "punti Pd"

Ma non basta. Come non bastano più i circoli, retaggio di una cultura novecentesca che va necessariamente aggiornata alle esigenze della politica odierna. È in questo senso che nascono i "punti Pd", circoli (anche) online "con l'adesione di almeno dieci iscritti ovvero da almeno 3 persone espressione del medesimo luogo di residenza, studio o di lavoro". Quindi la creazione di due organismo nuovi di zecca: l'assemblea dei sindaci (diretta dal primo cittadino di Bergamo, Giorgio Gori) e la Fondazione Pd (presieduta da Gianni Cuperlo). E ancora, l'istituzione dell'Albo degli elettori democratici certificato, con la raccolta dei dati degli elettori esclusivamente per via telematica. Strumento pensato per spazzare via una volta per tutte le polemiche sulle truppe cammellate portate ai seggi in occasione delle primarie, nazionali e locali. Un modo per prevenire anche eventuali scissioni.

La tre giorni di Bologna

Infine, punto particolarmente caro alle donne del Pd, previste anche norme per garantire una parità di genere negli organismi del partito. Il voto finale sul testo è previsto a Bologna durante la tre giorni "Tutta un'altra storia" (15-17 novembre), iniziativa voluta personalmente da Zingaretti per attirare interesse sulla riforma interna del partito, in modo da rilanciarsi una volta per tutte. O almeno provarci.