La penna artigiana che nutriva i pregiudizi dei suoi lettori

Raccontava l'America all'Italia. La sua teoria: dare al pubblico quello che voleva sentirsi dire. Il caso Eltsin

Vittorio è morto e a tutti noi giornalisti ieri è preso un colpo. La morte di un collega con cui si è avuto a che fare, anche in modo critico, ferisce la memoria e la nostra stessa esistenza in modo molto diverso da come può colpire il lettore, il fan, il seguace. Per noi di questo magnifico maledetto e ridicolo mestiere, la morte di uno dei nostri templari, specie se di livello iconico come era Vittorio, è una pugnalata. Sentiamo subito che cosa va a perdere il giornalismo tutto intero, lascia stare come politicamente orientato.

Con Zucconi ho trascorso periodi di tempo in cui lavoravamo nello stesso giornale La Repubblica e La Stampa - ed eravamo amici quanto lo si può essere vedendosi una trentina di volte nella vita, ora da Fortunato al Pantheon di Roma, ora al Four Seasons di New York o a Georgetown, Washington Dc. Vittorio Zucconi era un artigiano narratore di massimo livello, che è il livello dei giornalisti bravi: gloriosi artigiani e non presuntuosi artisti. Lui conosceva l'America come le sue tasche ed era nel cuore profondamente americano ma pienamente italiano, un caso di duplicità a molti di noi ben noto e fonte di doppie gioie e doppie sofferenze.

Racconto subito l'aneddoto delle nostre differenze, che sono differenze non soltanto personali. Forse ricorderete il caso del condannato a morte Joseph O' Dell, il tizio le cui ceneri sono poi state portate a Palermo dal sindaco Leoluca Orlando. L'esecuzione di O'Dell fu rinviata diverse volte. Era un serial killer di commesse di grandi magazzini: le seduceva, le aspettava fuori, faceva sesso con loro e poi le uccideva per derubarle. Ma in Italia un tale farabutto era diventato un eroe, perché la condanna a morte divide sempre le coscienze e perché fu scatenata anche in quell'occasione una campagna di sinistra contro gli Stati Uniti. Eravamo in Virginia davanti al carcere basso immerso nella foresta di abeti che erano uno spettacolo mai visto tutti decorati come alberi di Natale perché era Natale e sentivi queste carole natalizie e vedevi questa foresta lucente e il carcere con il suo braccio della morte. In Virginia non conoscevo nessuno e così chiamai Vittorio che aveva scritto una pagina di esaltante pathos sulla condanna a morte di un uomo che si protestava innocente. Gli chiesi dei contatti con gli avvocati di O'Dell e con mia grande sorpresa Zucconi mi disse: «Quel figlio di puttana è uno degli assassini più feroci di donne sole e se c'è uno che merita la morte è proprio lui». Ma gli risposi tu hai scritto il contrario: che è un martire dell'ingiustizia e della barbarie americana... «Che c'entra, mi rispose: quello è ciò che vogliono sentire e leggere i miei lettori. Io quando scrivo o parlo ho sempre presente il mio pubblico e devo dare al mio pubblico ciò che si aspetta da me, e ti consiglio di fare altrettanto». Dissentii, ma a quanto pare aveva ragione lui.

Era un narratore vivacissimo e ovunque lo mandassero secondo le testate - Scalfari o Ezio Mauro, lui già sul posto e aveva già scritto il pezzo. Ebbe un incidente ai tempi del presidente russo Boris Eltsin in visita negli Stati Uniti, un uomo che adorava il whiskey persino più della vodka, perché lo descrisse per l'ubriacone che Eltsin effettivamente era. Ma ricordo Scalfari molto seccato perché l'articolo di Vittorio si era trasformato in una sorta di malinteso diplomatico, ma tutto poi finì benissimo.

Narratore confidente, generoso e non sempre preciso, sapeva esprimersi al meglio nella lingua del suo popolo che ama sentirsi rassicurato nei suoi pregiudizi e sogni. Non ho mai ascoltato Radio Capital di cui era direttore perché avevo udito qualche frammento e ne avevo avuto un'impressione di commistione fuori posto, per un mio pregiudizio. Una volta bisticciammo sul concetto di «verità» applicato al giornalismo e con lui era sempre un gran bel bisticciare perché Vittorio era uno degli ultimi giornalisti di grande repertorio, ma anche uno che conosceva sia il mondo che l'Italia alla quale raccontava l'America.

Una volta mi disse della preoccupazione per suo figlio che faceva l'ufficiale nell'esercito americano, dove i rischi sono sempre molto alti. Era un uomo perbene e buono, aveva un talento invidiabile e sempre pronto all'uso, come ha da essere quello del giornalista che non produce letteratura ma come ricordava Hemingway «letteratura sotto pressione». Sotto pressione Vittorio Zucconi, perfetto campione del mestiere, sapeva però sfornare anche ottima letteratura. Era un uomo naturalmente divertente ed elegante. E poiché eravamo più o meno coetanei, capirete che la sua morte per me ha un suono sinistro, stavolta non in senso politico ma esistenziale.

Caro Vittorio, ci ritroveremo, spero, in qualche universo parallelo a continuare le nostre discussioni americane.