Pentito dopo il carcere duro. Così il boss Bidognetti svela i misteri dei Casalesi

Il libro-intervista sulla camorra

Milano - Il destino di ogni criminale è al camposanto o in galera. Il destino di chi si pente, invece, è quello di campare con 900 euro al mese, vivere in una località protetta, uscire di casa solo di tanto in tanti e rinunciare alla propria identità, anche se è difficile dimenticare un passato da killer. Perché il sangue non si lava. È quello che ha fatto Domenico Bidognetti, boss di camorra detto 'o Bruttaccione cugino del più famoso Francesco Bidognetti alias Cicciotto 'e Mezzanotte, che per un anno e mezzo ha raccontato nel libro Il sangue non si lava (edizione ABEditori, collana Terre dei Fuochi), la sua vita da camorrista a Fabrizio Capecelatro, giovane cronista di Nanopress che si divide tra Milano e Napoli, dove ieri ha presentato il volume alla stampa nella libreria Mooks di piazza Vanvitelli. Nelle 190 pagine del libro Bidognetti e Capecelatro, che oggi sarà nella libreria Ibs+Libraccio di Via Nazionale a Roma, raccontano con molta crudezza la storia del clan dei Casalesi, nato dopo la sanguinosissima guerra tra la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo e la Nuova famiglia composta dai personaggi storici della criminalità napoletana. A darle vita dopo aver seminato morte sono quattro dei killer del più sanguinoso gruppo di fuoco di cui dispone il boss Carmine Alfieri. Che alla fine del conflitto dà al suo luogotenente Antonio Bardellino la facoltà di creare un suo clan a Casal di Principe. Ma i suoi sgherri, tra cui Cicciotto 'e Mezzanotte e Francesco Schiavone detto Sandokan, non vogliono prendere ordini. E così la violenza si mescola alle vacanze in famiglia nonostante la latitabnza e agli affari miliardari di metà anni Novanta tra Napoli e Caserta, con i Casalesi che controllano «persino il latte che arrivava dalla Svizzera e il cemento dalla Turchia e dalla Grecia».

Quando viene arrestato 'o Bruttaccione si fa sette anni e mezzo di carcere duro, capisce che i figli parlano da criminali consumati e allora capisce che deve saltare al di qua della barricata e iniziare a collaborare. È la prova che il regime di carcere duro funziona a dispetto di chi lo paragona alla tortura, che la detenzione può servire a riabilitare anche un sanguinario assassino, come conferma l'autore al Giornale. «Il carcere duro è efficace perché porta molti boss a pentirsi». Alla fine del percorso, dice Bidognetti, ci si sente come «suini ancora sporchi di fango». Perché l'odore del sangue non se ne va mai.