Perché con questo islam è impossibile dialogare

di Rino Cammillerri

«Q uante divisioni ha il papa?», chiedeva sarcastico Stalin a chi gli faceva presenti le rimostranze della Santa Sede sui diritti umani e allo sterminio dei cristiani - nell'Unione Sovietica. Il papa, infatti, non ha eserciti, se non di «preganti», gente che ogni giorno prega Dio «secondo le intenzioni del Pontefice». Non è poco, se si pensa alla fine che ha fatto l'Urss grazie a un papa, Giovanni Paolo II, e a una semplice consacrazione della Russia alla Madonna. Però ci sono voluti 70 anni di sofferenze. Ora è il turno di un islam tornato aggressivo. Che cosa può fare il papa se non pregare e cercare di dialogare?

Ma anche il dialogo è via ardua, e non solo per scarsa disponibilità di un interlocutore che spesso mostra di preferire le vie spicce. Sempre che si possa individuarlo, l'interlocutore. L'università cairota Al-Azhar è la massima autorità teologica del mondo islamico sunnita. Ma impropriamente la chiamiamo università, perché è in realtà una scuola per imam. L'autorevolissimo islamologo Samir Khalil Samir dice sconsolato che in quell'«università» si usano testi di sette secoli fa. Il dialogo, poi, richiede almeno una base comune di logica. È quel che ha provato a dire Benedetto XVI nel famoso discorso di Ratisbona, invitando, appunto, l'islam a ragionare. Il risultato sono stati pogrom anticristiani in molti Paesi islamici. E l'«università» del Cairo è arrivata a rompere i rapporti con Vaticano, rapporti faticosamente ricuciti dopo qualche anno da papa Francesco. Ma ancora si aspetta che Al-Azhar dica una parola definitiva di condanna sull'Isis.

Come si potrebbe dire che l'Isis non sia pienamente islamico? La sua bandiera è quella del Profeta, reca scritta la shahada (professione di fede) e stampata una scimitarra. Come nella bandiera dell'Arabia Saudita. La quale inonda di denaro l'Egitto, che ne ha parecchio bisogno. Ma l'Arabia propaganda un islam in versione wahhabita, la più rigorosa. E ha convinto molti egiziani. Secondo i sondaggi, tra l'80 e l'85% degli abitanti del più affollato Paese musulmano (dopo il Pakistan) sono d'accordo sull'uso della sharia. Perciò, il gran Muftì di Al-Azhar, anche volendo, non può andare al di là delle solite frasi di circostanza, assecondando papa Francesco nei discorsi ufficiali. Ma sicuramente conosce questa sentenza del grande filosofo musulmano Muhammad al-Ghazali: «Io non ho mai visto una sessione di dibattito che sia finita con la conversione di una sola persona all'islam. Le conversioni sono sempre avvenute per altre cause, soprattutto per la lotta con la spada. Non abbiamo ereditato dai nostri antenati il costume del diffondere l'islam con le discussioni». E magari quest'altra: «Bisogna riconoscere che la spada o la frusta sono talvolta più utili della convinzione. E, se la prima generazione non aderisce all'islam che con la lingua, la seconda aderirà anche con il cuore e la terza si considererà come musulmana da sempre».