"La via percorsa è quella giusta ma per la cura serviranno anni"

"Si tratta di un passo importante nella nuova frontiera della lotta contro il cancro: che è sicuramente quella dell'Immunologia e dell'Immunoterapia"

Roma «Si tratta di un passo importante nella nuova frontiera della lotta contro il cancro: che è sicuramente quella dell'Immunologia e dell'Immunoterapia».

Il professor Alberto Mantovani, immunologo di fama mondiale, professore presso Humanitas University e direttore scientifico della Fondazione Humanitas, riconosce l'importanza dello studio pubblicato su Nature ma invita pure alla cautela perché, spiega, la ricerca è alla fase 1 della sperimentazione sull'uomo.

Dunque passeranno anni prima di vedere realizzato l'obiettivo di un potenziale vaccino universale contro tutti i tipi di tumore. La strada intrapresa però è quella giusta».

Professor Mantovani è giusto parlare di vaccino?

«Noi siamo capaci di usare i vaccini per prevenire le malattie. In questo caso invece abbiamo un vaccino che deve agire su patologie già in atto e dunque deve applicare una nuova strategia».

Come funziona?

«In una diagnosi di tumore noi sappiamo che il sistema immunitario dell'ospite si comporta in due modi: una parte viene narcotizzata, si addormenta e non difende più il paziente. Un'altra parte invece passa al nemico. Come ci fossero dei poliziotti corrotti che aiutano la malattia».

Quindi il tumore non trova più ostacoli?

«Il tumore per non farsi individuare è geneticamente instabile, come se indossasse nuove maschere. Questa caratteristica però è anche il suo tallone d'Achille perché la maschera, la nuova divisa che indossa, risveglia il sistema addormentato».

Il vaccino contro il cancro come dovrebbe agire allora?

«La ricerca pubblicata da Nature combina due azioni sia la comprensione da parte del sistema immunitario sia la genomica del tumore. Si individua velocemente la sequenza delle mutazioni che è diversa in ogni paziente e la si utilizza per mettere a punto un vaccino che risveglia la risposta immunitaria».

Si tratterebbe quindi di un vaccino personalizzato sia sul tipo di tumore sia sulla risposta del paziente?

«Attenzione. È troppo presto però per capire se questa sperimentazione si potrà tradurre in un nuovo approccio terapeutico codificato. Quella di curare malattie già in atto con un vaccino è una sfida ancora tutta da correre».

Nella lotta contro il cancro stiamo assistendo ad un cambio di prospettiva nella medicina? Non più farmaci che puntano ad uccidere il tumore sostituiti da potenziatori delle risposte dell'organismo?

«È già un fatto acquisito che l'immunoterapia e l'immunologia stiano cambiando il modo di combattere il cancro. Si tratta di terapie sempre più personalizzate e che hanno già dato ottimi risultati nella lotta alle leucemie, ai linfomi, al cancro del colon. Stiamo imparando a togliere i freni al sistema immunitario risvegliandolo. Lo scenario è già cambiato».

E nel caso del melanoma?

«Contro il melanoma avanzato per anni non era stato fatto alcuno progresso. Ora è stato aperto uno spiraglio alla speranza. Certo non è una cura che sarà possibile applicare oggi. Ma le terapie immunologiche sono già una realtà che stiamo applicando nella lotta ai tumori come nel caso degli anticorpi monoclonali».