Politica, amore e tante sgrammaticature: i muri della città sono un grande quaderno

Ricossa racconta come già 30 anni fa esistesse la "grafomania" a mezzo spray

Non esageriamo, non diciamo che una volta la gente era meglio educata e non scriveva sui muri. La gente ha sempre scritto sui muri, per fortuna degli storici: basta ricordare i graffiti di Pompei. Ma l'istruzione obbligatoria e la lotta vittoriosa all'analfabetismo, nonché le nuove leggi sulla psichiatria, hanno recato un forte contributo a questa attività letteraria minore; piccola letteratura, sebbene non indegna di un articolo estivo. È proprio d'estate, nelle città semideserte, che il viandante riflessivo, non più disturbato dal traffico, può leggere a suo agio e, chissà, aggiungere di sua mano qualche frase memorabile, senza attendere la copertura della notte.

Cominciamo dalle scritte politiche, ora qualunquistiche («I politici rubano, lo sanno anche i morti»: sul muro del cimitero di Asti), ora di protesta democratica giovanile. I giovani del 68 sono fieri della loro prosa edilizia, ignorano che il fascismo faceva lo stesso, e ufficialmente. Su qualche casa di periferia si intravedono ancora, un po' sbiadite, le parole mussoliniane: «È l'aratro che traccia il solco, è la spada che lo difende» (sarebbe stato meglio parlare di anticrittogamici). I colori degli inchiostri distinguono oggi le fazioni in lotta: il rosso alle sinistre («Lasciamo la paura del rosso alle bestie cornute»). Il nero e il blu alle destre.

Le lezioni di economia politica sono, sui muri, perentorie: «Affitto - furto del salario», ovviamente su una casa di abitazione. Su un supermercato, invece: «La merce e il denaro sono i due pilastri dell'apartheid». Su un centro di calcolo: «Rompere i circuiti della logica». Sulla sede dell'Atm (Azienda tranvie municipali) di una città del nord: «Cacace non paga all'Atm perché l'Atm non paga a Cacace». La protesta anarco-individualistica è sovente firmata, cosi come quella romantica: «Chicco non ha voglia di lavorare perché è innamorato».

Gli innamorati devono firmare per evitare confusioni di persona, e hanno bisogno di vaste superfici proporzionate all'intensità dei loro sentimenti: «Ti amissimo», a lettere cubitali. Talvolta è la nostalgia dell'immigrato a ispirare lo scrivente: «Amalfi è la mia città!» (a Milano; più ermetico un «Chieti e ti sarà tato»). Talaltra è la disperazione: «1984, Orwell aveva ragione». C'è infine la rabbia e la condanna dei buoni sentimenti: «Abbasso Titti, viva Silvestro», o anche «Diserzione, viva i Bassotti».

Il dialogo murale non rispecchia sempre la regola della leggibilità, per il vizio di replicare cancellando l'interlocutore avversario. Ma ogni tanto si scorgono botte e risposte in bella calligrafia. Nell'imminenza di certe elezioni, un candidato si fece pubblicità imbrattando il quartiere con lo slogan: «Gabutti alla Camera». Uno spray gentile aggiunse il giorno dopo: «A gas». A un orgoglioso: «Niente ci può fermare», scritto su un'altra parete di cemento armato, un tale replica: «Allora saltate questa linea» (disegnata orizzontalmente col gesso sulla medesima parete).

A Torino, centinaia di occhi verniciati in bianco e incorniciati in un triangolo guardano il passante e lo ammoniscono: «Zeus ti vede». Questo Zeus è un noto personaggio cittadino, che gira vestito con una tunica, bianca essa pure, e in compagnia di una gentile signora o signorina chiamata «la Madonna». Il tipo è innocuo, ma deve avere irritato un certo signor Ruffatto, non meglio identificato, il quale sotto l'occhio di Zeus postilla: «Anche Ruffatto ti vede perché ha gli occhiali».

Gelosie di letterati, se non di divinità olimpiche, o forse mera urgenza di esprimersi in qualche modo, come nel caso del linguista che ha documentato sull'angolo di una strada: «Bubù Settete ha stato qua». Ma a proposito di Madonne, sempre a Torino sono apparsi messaggi sibillini del seguente tenore: «L'assessore vede la Madonna con i nostri soldi» e «la Madonna vada a Lourdes». Si tratta probabilmente della Madonna cantante, e di torinesi che non hanno gradito il concerto finanziato con denaro pubblico. Niente religione, ma forse un po' di pazzia, anche in questa rivelazione: «Il Vaticano ruba bambini per farne spie invisibili».

Una categoria a sé è quella delle scritte incomprensibili (in persiano o iraniano). Pericolosamente vicine, per i non toscani, le scritte di Firenze e dintorni. Finché leggiamo: «Lo disse Lenin, lo confermò Mao, vive po'ino chi non è bria'o», non abbiamo bisogno di traduzione (l'autore del verso aggiunse: «Br - Bevete rosso»). Ma ci diede da pensare: «Il mostro ci ha pieno le palle». Era il periodo in cui si cianciava anche troppo del mostro di Firenze, invece di acchiapparlo, però il significato della frase non ci fu chiaro finché non ci spiegarono che «pieno» è voce del verbo «pienare» (riempire). Dunque: «Il mostro ci ha stufati», ovvero: «Non parliamone più».

Resterebbe il capitolo sulle scritte pornografiche, di solito accompagnate da illustrazioni didascaliche. Sorvoliamo, così come sulle scritte pubblicitarie (telefoni di dame compiacenti, eccetera). Come concludere? Sarebbe meglio che i muri restassero puliti. Non essendocelo concesso (servirebbe a nulla scrivere sui muri: «Non scrivete sui muri»), cerchiamo di riderne e di studiarne le cause e gli effetti, a mo' di consolazione. Le scritte del '68 sono finite in rispettabili antologie, da intendersi quali strumenti di indagine. Compiliamo altri florilegi, senza parzialità.

Soffici girava col taccuino e annotava. È lui che ci trasmise, fra l'altro, questa perla toscana: «Abbasso iggasse e viva la lucelettrica». Allora si credeva nel progresso. Oggi no, e quasi tutti i muri sono «antinucleari». Non importa, documentiamo il mutamento del costume. Istituiamo un premio letterario per la migliore scritta dell'anno. E aboliamo il bollo che, presumibilmente, lo Stato in teoria potrebbe esigere per questi messaggi pubblici. La fiscalità non deve tarpare le ali alle belle lettere.

È vero che i nostri autori clandestini sembrano trovarsi a loro agio nella numerosa categoria degli evasori, ma forse sarebbero meno clandestini se non braccati dal ministro delle Finanze. E clandestini non dovranno più essere, se vorremo premiarli.

9 agosto 1988