Prato si è ucciso in carcere: un suicidio con tanti misteri

Accusato con Manuel Foffo del delitto di Luca Varani è stato trovato soffocato con la testa in un sacchetto

Marco Prato, 31 anni, uno dei carnefici di Luca Varani, si è «autocondannato» alla pena di morte. Di notte si è alzato dalla sua branda nel carcere di Velletri, ha aperto il fornellino del gas, lo ha messo in una busta di plastica, poi ha infilato la testa nel sacchetto ben stretto e ha inalato boccate di veleno: la morte è arrivata in silenzio, per asfissia, senza che il compagno di cella si accorgesse di nulla. Una fine quasi «normale» in una vicenda caratterizzata dall'eccezionalità del male.

Storia feroce che ricordiamo tutti. Due giovani - Marco Prato e il suo amico, Manuel Foffo - che a Roma nella notte del 4 marzo 2014 si strafanno per ore di droga e alcol. Roba estrema. Cervello completamente in pappa.

Ma cosa trasforma la coppia Prato-Foffo in un sodalizio da brivido anche per la più efferata letteratura criminale?

La risposta è, razionalmente, impossibile. E forse, proprio per questa incapacità, Prato ha deciso di ammazzarsi. Una liberazione per chi ogni giorno chiudeva gli occhi e vedeva solo nero. Il rullo della memoria partiva per scendere negli inferi del rimorso più cupo, che ti toglie il respiro e ti disintegra l'anima. Ecco tornare le ombre. L'incubo di un carnevale horror dove non c'è spazio per un coriandolo di umanità.

Scena uno: Prato e Foffo - ormai persi nelle tenebre - cercano una «cavia» per vedere cosa si «prova a uccidere una persona», nel «farla soffrire»; scena due: individuano la «cavia» in Luca Varani, 23 anni, che viene chiamato al cellulare da Prato e convocato nell'appartamento romano di Foffo; scena tre: Varani arriva, gli viene fatto bere un cocktail con sostanze allucinogene e per lui comincia una serie interminabile di indicibili sevizie e torture che culmineranno in una definitiva coltellata al petto «perché Luca non si decideva a morire»; scena quattro: la coppia di assassini si divide, Foffo trova rifugio nella stanza di un albergo, tenta di avvelenarsi con delle pasticche, poi chiede aiuto al padre a cui confessa: «Abbiamo fatto una cosa terribile»; scena cinque: la polizia arriva a casa di Prato e scopre un cadavere martoriato.

Inizia il capitolo giudiziario. Prato e Foffo vengono arrestati. Confessano, ma si rimpallano la responsabilità di quell'ultima coltellata mortale. Cambia poco ai fini della responsabilità penale: il massimo della pena, per entrambi, è una sentenza già scritta. Foffo opta per il rito abbreviato e viene condannato a 30 anni. Prato sceglie in rito ordinario. Oggi ci sarebbe stata la prima udienza del processo. Ma l'imputato ha deciso di condannarsi da solo. Lasciandosi morire con la testa in un sacchetto e un biglietto adagiato sulla branda: «Non ce la faccio a reggere l'assedio mediatico che ruota attorno a questa vicenda. Io sono innocente. Su di me sono state dette e scritte tante menzogne».

Poi una raccomandazione: «Prima di dire a mio padre che sono morto, fate in modo che accanto a lui ci sia un medico».

Un suicidio con zone d'ombra. Non a caso la procura indaga contro ignoti per istigazione al suicidio, lasciando intendere come la cornice della tragedia possa esser più ampia di ciò che appare.

Ma chi è che avrebbe «istigato» Prato a togliersi la vita? Il detenuto dopo essere stato trasferito dal carcere di Regina Coeli a quello di Velletri era caduto in uno stato di prostrazione che forse doveva essere monitorato meglio dai medici della struttura penitenziaria. Secondo l'ultima relazione psichiatrica inviata al Dap (Dipartimento dell' amministrazione penitenziaria) «il soggetto non presentava nessuna volontà suicida». Anche questo un delirio. L'ennesimo.