Presidente per nove voti. Vincono i franchi tiratori

La sconfitta di Vacchi decisa dalle divisioni in Assolombarda ed Emilia. E il partito di Marcegaglia vince la gara contro quello di Montezemolo

Cento a novantuno. Con una sola scheda bianca. Sono questi i numeri della vittoria di Vincenzo Boccia, eletto ieri nuovo presidente di Confindustria. Manca solo il «timbro», scontato, dell'assemblea pubblica del 26 maggio, poi il tipografo campano potrà prendere il timone di un'associazione che l'esito del voto di ieri conferma però spaccata. Solo 9 preferenze di scarto hanno separato Boccia dal «metalmeccanico» Alberto Vacchi, rispetto agli 11 che nel marzo 2012 portarono sul trono Giorgio Squinzi a scapito di Alberto Bombassei. Sempre, e comunque, sul filo di lana. Non a caso la prima dichiarazione del presidente designato è stato un appello all'unità perché «le complessità che abbiamo di fronte non ci permettono il lusso di litigare all'interno», ha detto Boccia.Ma chi sono i veri vincitori e vinti a questo giro? Per rispondere bisogna partire dalla genesi delle due candidature: nei palazzi milanesi si narra che quella di Vacchi sarebbe spuntata fuori durante una riunione in Unicredit alla quale stavano partecipando il vicepresidente Luca Cordero di Montezemolo e il numero uno di Assolombarda, Gianfelice Rocca. I due grandi sponsor dell'imprenditore bolognese. Secondo quanto sostengono alcuni esperti di liturgie confindustriali, il «peccato originale» di Vacchi sarebbe stata proprio la nomina divisiva e calata dall'alto in Assolombarda. E pochi voti avrebbe anche portato il romano Aurelio Regina, ritiratosi a metà corsa deludendo molti industriali del Lazio per la sua alleanza con i lombardi. Tant'è che sul verdetto di ieri avrebbero inciso le mosse di una manciata di franchi tiratori anche della sua regione, l'Emilia. Contrapposto a questo fronte ha giocato Boccia, il candidato del Sud e dei piccoli industriali ma sponsorizzato anche dal partito di un altro past president di peso, ovvero Emma Marcegaglia oggi al vertice dell'Eni. E, pare, alla fine anche dallo stesso Squinzi. Che la partita sarebbe stata difficile lo si era per la verità intuito già a maggio dell'anno scorso durante il primo test elettorale, ovvero l'assemblea privata dei soci riunita a Roma per nominare l'attuale Consiglio Generale, ovvero l'organo introdotto dalla «riforma Pesenti» che ha mandato in pensione giunta e consiglio direttivo: un livello altissimo delle iscrizioni al voto. «Qualcuno aveva telefonato anche alla nonna dicendole di partecipare», scherza un veneto. E la ribellione al solito conclave dei romani, dei lombardi e dei torinesi era stata trasversale: dalle associazioni del Nord-Est, a quelle del Friuli, della Liguria, ma anche del Centro Italia con Marche e Umbria; i voti si sarebbero cominciati a contare, non più a pesare. Morale: i milanesi capitanati da Rocca, in tandem con i romani guidati da Regina, avevano compilato una lista di nomi con l'obiettivo di portarne a casa almeno diciotto su venti. Alla fine ne sono passati solo nove. Quel test di maggio ha offerto una lezione importante che forse è stata sottovalutata nelle ultime settimane: stare con i big non garantisce più la vittoria, anzi una certa base imprenditoriale prova irritazione per le vecchie logiche oligarchiche delle grandi aziende, pretendendo invece una maggiore democrazia. La strada verso l'unità, intanto, si prospetta lunga, almeno a giudicare dai commenti al voto di ieri: «Sono convinta che Confindustria si ricompatterà anche questa volta», ha detto Marcegaglia. Mentre per Montezemolo «si è persa una straordinaria opportunità di rinnovamento». Più divisi di così.