Le promesse di Di Maio: lavori socialmente utili ancora inesistenti

Antonella Aldrighetti

Roma È praticamente improbabile che qualche italiano abbia dimenticato le rassicurazioni di Luigi Di Maio quando, nei panni di ministro del Lavoro, ha ripetutamente sottolineato che mai e poi mai i percettori di reddito di cittadinanza sarebbero stati a girarsi i pollici spaparanzati sul divano oppure a fare qualche lavoretto in nero. Piuttosto era previsto che avrebbero dato una mano con lavori socialmente utili e fruttuosi alle propria comunità. Insomma, più si alludeva al dolce far niente e alla paghetta di stato più diventavano piccate le risposte del capo grillino. Eppure mai più vere sono state le considerazioni sul reddito di cittadinanza, considerate invece dai pentastellati solo mere insinuazioni diffamatorie.

Già, perché a oggi nessuno dei comuni della Penisola ha attivato il percorso per assegnare qualche ora di lavoro socialmente utile a chi intasca il sussidio. Tanto meno ha avviato le procedure per mettere in piedi un percorso congruo a conteggiare i percettori e impiegarli fino a un massimo di 16 ore alla settimana. Pena la revoca del reddito. Orario che peraltro dipende pure da quanto il disoccupato intasca ogni mese. Nessuna richiesta anche per quel 27,3% che ha ricavato l'intera fetta dei 780 euro mensili. Infatti malgrado il termine per l'ingaggio dei percettori della paghetta di Stato scada perentoriamente il 29 giugno, ossia a sei mesi esatti dalla pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale così come stabilito dalla norma, rimangono al palo tutti i nodi evidenti del provvedimento bandiera dei Cinquestelle.

A Torino ad esempio l'assessora alla Politiche sociali Sonia Schellino vorrebbe impegnare chi prende il reddito all'uscita delle scuole, peccato però che tra qualche giorno gli istituti chiudano per la pausa estiva. Oppure, l'altra idea è occuparli come archivisti nelle biblioteche. Sì, ma a patto che abbiano la giusta preparazione culturale. Ci sarebbe pure chi ha pensato di impiegare costoro in lavori all'aria aperta e decisamente più salutari in giardini e parchi comunali. Facile a dirsi, meno a farsi visto che a ciascuno degli ingaggiati il Comune dovrebbe accendere un'assicurazione contro eventuali incidenti sul luogo di lavoro. E visto l'impegno economico a monte, anche l'assessore di Bologna Marco Lombardo ammette di essere in grado di gestire al massimo 30 o 40 persone. Non di più. Silenzio stampa invece da parte di Laura Baldassarre, l'assessora capitolina che malgrado abbia partecipato a un summit dedicato al sussidio non ha espresso alcuna proposta per valorizzare il provvedimento e sostanziare i lavori socialmente utili. Il perché è presto detto. Da ogni fronte ci si chiede sempre la stessa cosa: «E con quali soldi?». Una ridondante domanda di ogni amministrazione che fa il paio con quella che riguarda la tipologia di inquadramento per l'ipotetico prestatore d'opera. Tutti interrogativi che l'ideatore della norma non ha preso assolutamente in considerazione. L'intera congrega grillina, visto che parla del reddito di cittadinanza da tempo immemorabile, ossia quando ancora imperversavano i Vaffa Day ed era impensabile l'ultima batosta elettorale incassata alle Europee, avrebbe avuto tutto il tempo di studiare il provvedimento di legge per farlo funzionare ancorché di scopiazzare quello che già è in funzione da anni negli altri Paesi dell'Unione. Troppa fatica, troppo ingegno e forse anche troppa esperienza ci sarebbe voluta. Quell'esperienza che la maggioranza degli eletti a Cinquestelle non si porta dietro e che si trasformerà in un'ulteriore tegola per l'inconcludente ministro Di Maio. E se i grillini non sanno cosa fare a riguardo, dai Caf arriva qualche consiglio a quei coscienziosi percettori di reddito che sarebbero a disposizione delle proprie comunità avendo sottoscritto il cosiddetto patto per il lavoro: dichiarare ai Centri per l'impiego, e ognuno per la propria competenza territoriale: «Di non aver ricevuto formalmente o informalmente alcuna comunicazione dal proprio municipio al fine di intraprendere una qualsiasi attività a sfondo sociale ma di rimanere a disposizione per eventuali e successive comunicazioni». Missiva che andrebbe presentata entro e non oltre il 29 giugno prossimo, data di scadenza per le procedure comunali. Ovvio che rebus sic stantibus nessuna municipalità riuscirà a rispettare questa scadenza che tuttavia non ha un significato realistico contando che non v'è alcuna ammenda per l'amministrazione, né per i sindaci inadempienti.