Quando al Cremlino regnavano le mummie e la paralisi di Roosevelt era segreto di Stato

Infermità come tabù: i disastri sanitari dei leader sovietici erano «raffreddori»

di Marco Zucchetti

Il fatto che l'America intera si interroghi sulla polmonite di Hillary Clinton è la conferma che la consapevolezza medica popolare ha fatto passi da gigante. Fino a trent'anni fa c'era un intero mondo - quello del blocco sovietico - a cui veniva raccontata la favola dei segretari di partito che cadevano come mosche per prostuda. Raffreddore. Cernenko aveva un enfisema, Andropov passò i 15 mesi del suo mandato in dialisi, Breznev collezionava attacchi cardiaci, cancri alla bocca, borsite, ipertensione, sordità, era un tossicomane, un semi-alcolizzato e biascicava per ore alla radio suoni incomprensibili perfino al Politburo, figuriamoci al proletariato. Ma per tutti, in barba alla «propaganda americana», la diagnosi era una sola: raffreddore.

L'Unione Sovietica - che negli anni Ottanta divenne un vero e proprio impero di mummie - non è stato l'unico né l'ultimo Paese a fare della segretezza clinica e della disinformazione un'arma di comunicazione. A Guerra fredda ormai finita da un pezzo, senza arrivare a certe barbarie come le purghe contro i medici e la deportazione degli specialisti che diagnosticarono a Stalin un disturbo paranoide (ipotesi quantomeno realistica...), la cortina di fumo sulla salute dei capi di Stato si evolve, ma non si dissolve.

Finché i sovrani di età Moderna erano assoluti, potevano permettersi di sedersi sul trono emaciati e distrutti da gotta, sifilide o emofilia come lo zar Nicola II, tanto il sangue blu non temeva valori sballati. Potere e malattia hanno smesso di convivere serenamente nel Novecento, quando di fatto il leader ha assunto sempre più i tratti del superuomo. Il potere è diventato potenza, e in quanto tale allergico alla malattia e alla debolezza: due strade parallele che non si possono più incrociare. Un uomo può essere timoniere di una nazione e al tempo stesso in balìa della sua glicemia? Così, da Mao Tse Tung che nuota nello Yangtze al presidente uzbeko Karimov morto vivente per dieci giorni, fino all'agonia di Tito, tenuto pervicacemente in vita perché unico collante di una Jugoslavia fratricida, il potere non si è più potuto concedere il lusso della convalescenza. Star male non sta bene.

Tutto questo vale per chi il potere lo intende in maniera autoritaria, come Putin che non perde occasione di farsi ritrarre come maschio Alfa in piena salute tra tigri e foreste. Vale per il Parkinson di Giovanni Paolo II e per il gossip sulle dimissioni di Ratzinger e sui polmoni malandati di Francesco. Ma vale anche per chi è espressione di democrazie liberali. Thatcher e l'Alzheimer, Kohl, il diabete di Craxi, il cuore di Berlusconi, Bersani, lo sciovinista De Gaulle che impose il segreto di Stato sul suo catetere made in Usa. Una cartella clinica può cambiare la storia, un ictus - come quello che annientò il leader israeliano Sharon - può rivoluzionare mezzo mondo. È l'epoca delle sliding doors sanitarie: cosa sarebbe successo se Von Hindenburg in piena crisi di senilità avesse mantenuto la lucidità osteggiando Hitler? Dei malanni si sussurra ma si parla poco, nessuno vuole usare il «doppio passaporto». Quello che per Susan Sontag certifica la cittadinanza di ogni uomo al regno dello star bene e a quello buio della malattia.

Non fanno eccezione gli Stati Uniti, che nonostante possano vantare il primo presidente dichiaratamente depresso della storia (Lincoln), ancora hanno il chiodo fisso della salute dei loro governanti. Lontani i tempi di Franklin Delano Roosevelt e della sua paralisi accuratamente nascosta, tanto che esistono soltanto due foto del presidente in sedia a rotelle. Più vicini i tempi in cui la Cia destinava un intero dipartimento all'analisi dei filmati dei discorsi dei grandi della terra. Si cercavano prove di ischemie nella postura di Fidel Castro, mentre abilissimi dottor House ante-litteram riuscivano perfino a diagnosticare malattie incurabili al presidente francese Pompidou semplicemente osservando il suo gonfiore da cura cortisonica. Lo stesso sintomo che presentava Hugo Chavez prima di perdere i capelli per una chemioterapia negata fino alla morte.

Eppure, in una società sempre più anziana e sclerotizzata, l'esperienza della malattia può avvicinare i governanti ai cittadini. Tutti siamo vulnerabili, tutti possiamo perdere il controllo. Golda Meir nascose il suo tumore per dodici anni; Emma Bonino invece lo ha annunciato all'Italia col suo foulard in testa, suscitando empatia e diventando un'icona della lotta oncologica, l'esempio di come il corpo della politica non sia poi così diverso da quello dell'elettore. È l'egalitarismo della fragilità, quello per cui sconfiggere un male oscuro può portare più consensi di una campagna elettorale. È il ritorno della teoria dei «due corpi del re»: uno fisico e corruttibile da virus e microbi, comune a tutti, e uno superiore, la dignitas del governante. Quella che c'è o non c'è, e non dipende da un referto medico.