Quando l'avo di Gentiloni firmò il primo «inciucio»

Con l'arrivo di Paolo a Palazzo Chigi torna d'attualità il Patto del 1912 che riportò i cattolici nella vita politica

Ma in cosa consisteva quel Patto Gentiloni di cui, per forza, si sente parlare in questi giorni? Rappresentò il ritorno dei cattolici - in modo contorto e inciucioso alla vita politica. Dopo la presa di Roma del 1870 Pio IX aveva decretato, con il non expedit, che i credenti italiani non vi partecipassero più, e il suo successore Leone XIII aveva tenuto ferma la decisione. Però Pio X, papa dal 1903, aveva capito che il blocco non era ulteriormente sostenibile, tanto più che molti cattolici avevano appoggiato entusiasti la guerra di Libia del 1911.

Soprattutto c'era da affrontare il «pericolo rosso», ovvero i socialisti, e quindi occorreva accordarsi con i liberali, rappresentati dal capo del governo Giovanni Giolitti. Lo stesso Giolitti aveva fatto una mossa da grande giocatore introducendo il suffragio universale maschile, per cui alle elezioni del 1913 gli aventi diritto al voto sarebbero passati da tre a otto milioni. Lo stato liberale rischiava grosso, ma anche la Chiesa: se il papa avesse confermato il non expedit, il parlamento poteva cadere in mano ai socialisti; per evitarlo, i cattolici avrebbero dovuto appoggiare i liberali. Quella di Giolitti fu una strategia vincente, però lo stato laico finiva per ammettere implicitamente, dopo quasi mezzo secolo, che non era possibile governare l'Italia senza la Chiesa.

Il tramite dell'accordo, raggiunto nel 1912, fu il conte Vincenzo Ottorino Gentiloni (di cui il neo presidente del Consiglio Paolo è lontano parente), dirigente dell'Azione cattolica, che nel 1909 Pio X aveva messo a capo dell'Unione elettorale cattolica italiana. Il Patto Gentiloni stabilì che i comitati elettorali dell'Unione avrebbero trattato direttamente con i candidati, impegnandoli a sottoscrivere un patto di sette punti. Gli eletti avrebbero dovuto: 1) Opporsi a ogni proposta di legge contro le istituzioni religiose. 2) Non ostacolare l'insegnamento privato. 3) Battersi per l'istruzione religiosa nelle scuole pubbliche. 4) Respingere qualsiasi legge divorzista. 5) Sostenere il diritto delle organizzazioni cattoliche a essere rappresentate nei Consigli di stato. 6) Impegnarsi in riforme erariali e giuridiche graduali per un miglioramento della giustizia sociale. 7) Rafforzare le energie morali ed economiche del paese.

Il non expedit venne tolto, e il patto venne applicato, in 330 collegi su 508, tutti quelli dove c'era il pericolo che vincessero i socialisti. Doveva rimanere segreto ma Gentiloni - che ci teneva a entrare nella storia, e infatti ci è entrato - rivelò sia le clausole sia il nome dei candidati che vi avevano aderito. Si scoprì così che molti erano massoni, ovvero nemici mortali della Chiesa, almeno in teoria. Il Corriere della Sera di Luigi Albertini condusse una violentissima campagna sull'«ibrido connubio fra malavita e sacrestia», dove la malavita era rappresentata da Giolitti. La reazione socialista fu ugualmente furiosa. Giolitti però vinse le elezioni, pur perdendo una settantina di seggi, che andarono a socialisti, radicali e nazionalisti.

I cattolici sostennero trionfalmente che avevano aderito al patto ben 228 dei 310 deputati sui quali poteva contare la maggioranza. Anche se moltissimi firmatari erano in malafede, almeno 60 erano sicuramente cattolici di stretta osservanza politica. Aggiunti alla trentina che erano già in parlamento, ormai la Chiesa aveva un suo robusto embrione di partito.

Giolitti affermò, vanamente, che la Chiesa avrebbe «per un pezzo aspettato il compenso» della sua collaborazione: subito dopo venne affossato un progetto di legge per la precedenza del matrimonio civile su quello religioso e a Giolitti succedette Antonio Salandra, antidivorzista. Il Vaticano era entrato - senza neppure compromettersi - nel cuore dello Stato, ufficialmente ancora nemico. E vi sarebbe rimasto.

@GBGuerri