Il racconto horror del nipote: «Mio zio rompeva, l'ho ucciso»

Per gli epigoni di Pietro Maso e dei suoi mortiferi amici cambiano forse i perché ma non la ferocia. Lui aveva 19 anni, quando decise di non poter più aspettare che i genitori finissero i loro giorni coi capelli bianchi. Voleva l'eredità, gli servivano soldi per fare la bella vita. E così, dopo due tentativi falliti, al terzo ci riuscì. Era l'aprile 1991 quando, a Montecchia di Crosara (Verona), massacrò, con tre compagni di gozzoviglie, padre e madre. Due giorni dopo finirono tutti in manette.

Ne sono bastati altrettanti per incastrare Massimo Bottura. Gli stessi anni del Pietro Maso dell'epoca, anche lui un paio di complici coetanei per il delitto, solo un movente dalle sfumature diverse. E ancora più allucinante. Lo zio è stato «abbattuto» perché «rompeva le palle». Sic et simpliciter. Ecco cosa basta alla «generazione digitale» per uccidere. A quanto pare i ragazzotti usavano la casa (condivisa tra la vittima e sua sorella, madre dell'assassino) per giocare alla playstation, storditi da birre e spinelli. Fausto Bottura, 48 anni, disoccupato e depresso da due, era così diventato una presenza ingombrante in quella villa di due piani a Magnocavallo (Mantova). Il suo cadavere venne trovato l'8 dicembre scorso, sulle rive di un fiume. L'omicidio- stando agli investigatori- risaliva a cinque giorni prima. Una sequenza di violenza terrificante, un «omicidio a tappe», lo ha definito il procuratore capo di Mantova Antonino Condorelli. I tre si erano ritrovati a casa di Massimo, come facevano spesso per guardare la tv, giocare ai videogame e preparare le uscite nei locali vicini con altri amici. Fausto Bottura, di quelle continue intrusioni non ne poteva più. Da qui l'ennesima lite con il nipote e i suoi compari, Alessio Magnani, 18 anni e Armando Esposito, 19 anni. Nella villa a due piani non ci sarebbe stato nessuno. Per questo i ragazzi avrebbero deciso di agire. L'uomo, colto di sorpresa, è stato colpito più volte, probabilmente con una mazza da baseball, in garage. Il branco dopo averlo tramortito, sarebbe rientrato nell'abitazione decidendo quindi di tornare in box per finire il «lavoro». Altre mazzate alla testa dello zio, fino ad essere certi che fosse morto. Infine l'occultamento del cadavere, travvolto in sue sacchi di plastica, e trasportato in auto fino al vecchio idrometro del Po, a Bardelle. «Siamo di fronte ad una totale mancanza di valori», commentava amaramente, mercoledì, il capo dei pm, dopo gli interrogatori di queste belve dagli occhi vitrei. Venerdì era stato convalidato l'arresto di Massimo Bottura,; ieri il gip ha fatto la stessa cosa nei confronti dei suoi amici-complici.