Renzi si rifugia in sala giochi e pensa al partito della Nazione

Toccata e fuga alla festa dell'Unità con partita a biliardino, ma silenzio sul caso Roma Incassa l'appoggio di Verdini e promette altri tagli fiscali: «Tasse al 24% sui profitti»

S u Roma e il suo caos, alla fine, Matteo Renzi ha deciso di defilarsi. Niente comizio alla Festa dell'Unità (previsto per ieri sera), sostituito da una visita blitz, con tanto di partita di biliardino e passeggiata per gli stand, nella tarda serata di lunedì. E non una parola sul rimpasto deciso da Ignazio Marino e annunciato ieri in pompa magna.

Dal podio della festa dell'Unità, Renzi non avrebbe potuto esimersi dal parlarne. Dunque meglio non farsi vedere: tanto più che i vari gruppi di disturbatori professionisti (sindacatini della scuola, centri sociali, agitatori dell'Atac) si stavano organizzando per dare l'assalto alla festa del Pd e attaccare il premier. Che ha preferito risparmiarsela.

Dopo vari tentativi di raddrizzare la situazione, Renzi si è reso conto che sulla Capitale ogni via di intervento gli era preclusa. «Quello (Marino, ndr ) è un matto e non si dimette neppure con le cannonate», ha spiegato ai suoi l'altra sera, «la strada della sfiducia in consiglio comunale non è politicamente percorribile e spaccherebbe il Pd. A questo punto Matteo Orfini propone questo tentativo di rilancio della giunta: se ne assumono la responsabilità, vedremo che sanno fare». Dopo tanti proclami di guerra, lo sfilarsi di Renzi dalla ingarbugliatissima partita romana ha lasciato l'amaro in bocca a molti renziani della Capitale, che speravano in una conclusione assai diversa. E che infatti non hanno ceduto alle insistenti richieste di Marino, che avrebbe voluto dalla componente vicina al premier uno o più nomi da mettere in giunta, a simboleggiare l'imprimatur del governo sul rimpasto. Che invece a questo punto è tutto targato Orfini (e Bettini, come dimostra l'ingresso di Marco Causi).

La verità, spiegano, è che Renzi si è ritrovato con le mani legate: il presidente del Pd Orfini non vuole mollare Marino e il controllo del Pd a Roma, e il premier ha preferito evitare lo scontro con lui. Anche perché la corrente orfiniana dei Giovani Turchi controlla un bel drappello di senatori, e in questo momento il premier non può permettersi di metterseli contro.

Nonostante l'arrivo ormai ufficiale del gruppo di dieci senatori verdiniani pronti a rimpolpare le traballanti file della maggioranza e del “partito della nazione”, a Palazzo Madama la situazione resta molto precaria. Tanto più che il fronte anti-riforma del bicameralismo da ieri ha trovato ufficialmente il suo leader sindacale - modello Pompei - nel presidente Grasso in persona. Che ha praticamente annunciato di voler riaprire il vaso di Pandora dell'eleggibilità dei futuri senatori, dichiarando emendabili le parti della riforma che il governo non voleva toccare: selezione dei membri e poteri del Senato. Un potente scossone alla riforma, che infatti ha subito guadagnato a Grasso gli applausi della minoranza Pd e delle opposizioni: un consenso che il presidente spera un domani di usare in caso di crisi, se il suo nome entrasse in pista per un governo “istituzionale”. «La riforma del Senato sarà approvata entro il 15 ottobre», scommette comunque Renzi, pronto a sfidare la resistenza del fronte anti-cambiamento. E anche sul fisco rilancia, promettendo: «Nel 2017 vogliamo portare il costo della tassazione sul profitto al 24%, un punto sotto la Spagna».

di Laura Cesaretti

Roma