Reportage (di guerra) dal Forte espugnato dall'uragano

A Massarosa, da dove spuntano le roccaforti delle Apuane, pensavo che Forte dei Marmi ha un enorme valore simbolico: un baluardo, un accampamento di pietra. Il bianco di Carrara usato da Michelangelo per La pietà. Mi interrogavo: allora come ha potuto l'uragano creparne le mura, scoperchiarne i tetti? Mentre Roberta, la barista dell'area Monte Quiesa, spalancava le braccia per farmi intendere di quale diametro fossero gli alberi spazzati via o fracassati nel parco di Villa Le Pianore a Camaiore, immaginavo un triangolo isoscele avente per cuspide Barga e Castelvecchio e, per base, Lucca, Torre del Lago, Camaiore e Forte dei Marmi. Si tratta di un fazzoletto ricamato e adagiato sotto quelle cattedrali maestose e pure. Vedevo scendere a mare: Cavani, Tobino, Pascoli, Giacomo Puccini, Cancogni, Castruccio (...)

(...) Castracani (perché no, capo ghibellino di Lucca) e Gabriele d'Annunzio che proprio nella pineta della Versiliana ha scritto La pioggia nel pineto . L'aveva composta non solo per confondersi in Ermione; non solo perché Ermione si trasforma in creatura arborea («par da scorza tu esca»), ma perché gli alberi, colpiti dalle gocce, diventano «stromenti/ diversi/ sotto innumerevoli dita». Ecco, gli alberi della Pineta: Tamerici, Pini, Mirti, Ginepri... Sono stati distrutti, spezzettati come fossero stuzzicadenti sputati dalla bocca di cento ciclopi.

La ripresa aerea non mostra l'urlo che ha amputato ettari di piante. Dall'alto sembra che una mano abbia spettinato un taglio di capelli ben fatto. Vi assicuro che a due metri è altro affare. Si piange, si impreca la natura «matrigna», anche se ti assale un dubbio: come è possibile che questa stessa natura dolce e perfetta abbia urlato così tanto da ridurre la Versiliana in un campo di pannocchie esplose? Prima di Pasqua mi ritrovo a compiere la Via Crucis che va da Camaiore a Forte dei Marmi. A ogni tiglio fatto a pezzi e palme sradicate che sembrano cipolle marce e cipressi adagiati come cadaveri di soldati di una guerra non combattuta, mi accorgo che questa grazia tra montagne e mare, profumo di erba tagliata e salsedine, oggi è un camposanto.

Anche il barbiere, al bivio per Pietrasanta, che mi spiega dov'è Villa Le Pianore ha gli occhi sgranati. Pare abbia assistito a un miracolo. «E a Camaiore?» gli chiedo. «Solo un po' la chiesa» mi fa. Invece la Villa del Duca di Parma è impossibile da raggiungere. Pini e pini e palme fanno una selva infernale. Mariano Domenici, con una pelliccetta da compagno di osteria del Pascoli, sussurra: «Si è trattato di un disastro». E con quegli occhi dalla luce mielosa come l'etrusco scampato allo sgozzamento del romano, mi racconta che il Duca aveva ventuno figli... Sui ferri leggo: Chiuso x pericolo piante. Entro lo stesso però non posso proseguire né a piedi né a cavallo. Eppure, vedere lo scempio ti allarga il cuore. Sono le 17 e 17 è la temperatura. Per onorare la Versilia nelle scuole gli alunni dovrebbero imparare a memoria La pioggia nel pineto .

Zona Vecchiuccio è una segheria. Riccardo, della «Vetreria Maremmana», racconta che intorno i capannoni sono «praticamente distrutti». Verso Pietrasanta metà dei tigli è sradicata. Ora l'etimo della parola è fondamentale: sradicare, cioè estirpare. «Levar dalle radici in modo che non germogli più». In altre parole: morte. E con essa la bellezza, la memoria, il paesaggio...

Sul viale di Marina di Pietrasanta mi permetto respiri e sospiri: i tigli sono intatti. Ma come raggiungo la Versiliana il bombardamento è accaduto. Il bosco è un ammasso di ferri arrugginiti. Ciclopi cattivi, sbucati chissà dove, hanno tirato pietre all'impazzata. Sul lungomare di Forte dei Marmi muratori e manovali, ai bagni «Assunta», stanno rimettendo in ordine il tetto. Dicono che non ci sono grossi danni però «vai dentro e vedrai». «La Capannina» è intatta; l'«Imperiale» idem. Dopo il monumento ai «Lavoratori del mare», parcheggio davanti il parco Albert Sabin: semidistrutto. Incomincia la vera via crucis. Su viale Matteotti una gru con il braccio di cinquanta metri sta estraendo cime di pini dai giardini privati. Via Marco Polo e via Scassi-Carli sono impraticabili: gli alberi sono crollati o si sono adagiati sulle case portandosi via fili elettrici, persiane, porte. Su via Marco Polo la ditta «Geonova noleggio gru e piattaforme aeree» sta lavorando a pieno ritmo. Noto una signora con bastone da passeggio sul balcone. «Ha tirato vento forte?» le chiedo. «Sì, ma il nome non glielo dico». Allora le spiego di non preoccuparsi e di raccontarmi come è stato l'urlo. «All'una di notte di giovedì. Un tuono. Fortuna non è successo di giorno. Avrebbe fatto morti».

Accanto al «Versilia Bike», cumuli di tronchi mentre a via Mazzini ce ne sono montagne. Intanto vanno e vengono furgoni e camion carichi di alberi amputati o da amputare. Rischio di confondere vie e piazze; resto lucido. A via Savonarola numero 4, trovo i signori Sergio e Luciano che parlano dinanzi al villino del primo. Il vento gli ha tirato giù le grondaie e Luciano mi conferma che l'urlo è durato cinque-sei ore: «Erano tanti tuoni saldati, lunghi. Le chiome dei pini volavano». In fondo una casa è sventrata. A via Padre Ignazio da Carrara gli alberi sono spariti, inghiottiti nel nulla. Per l'estate il campo da golf sopravvivrà, il camping no. A via Gorizia, con la chiesa di san Francesco sull'omonima piazza, la Grande Guerra non è mai finita. A via Firenze i pini hanno sfondato altri muri e tetti; lo stesso a via Genova. Via Amalfi è occupata dai tronchi; a via Volta, civico 54, i ciclopi si sono intestarditi a stuprare gli alberi. Gru gialle ovunque. Non sono più le giraffe che allungano il collo in cielo. Indicano le Apuane. Bisogna andarci in pellegrinaggio perché se la violenza è partita da lì si deve pregare... Al 65 A, pini e palme hanno abbracciato mortalmente un villino. Vedo montagne di tronchi adagiati o sbattuti. Le Apuane svettano bellissime a ogni svolta. Natura impassibile. Non voglio pensare che sia stata lei a creare un camposanto al posto di Forte dei Marmi. A via Ravenna, ai numeri 251, 249 A, 264, sono arciconvinto che mi sto aggirando tra tombe. È urgente scrivere una Spoon River in memoria degli alberi e delle case. Mi cresce malinconia e sgomento. Non ce la faccio più. Sono stanco. Risalgo in auto, procedo a caso. Ogni immagine si ripete in maniera chirurgica. Torno sul lungomare. Respiro. Camion carichi di tronchi scaricano in un largo spiazzo di fronte alla spiaggia libera dove ogni estate spunta il luna park (non la prossima). Al centro dello sterrato di proprietà della Cassa di Risparmio, trovo Luciano Bianco, responsabile della Protezione civile, ex pugile. Mi stringe dieci volte la mano. Sprigiona energia e grinta, lui che ha incrociato i guanti con Mazzinghi. Decido di tornare in centro. L'atmosfera non è cambiata. C'è mitezza e serenità. Entro al bar Principe: il suo pino gli ha staccato mezza terrazza. Bevo un orzo. Tra cinque ore sarò a casa convinto che Forte dei Marmi sarà più «forte» e bella di prima.