Riforme, governo battuto dalla minoranza del Pd

I dissidenti si uniscono a Sel sulla modifica del Senato. Il premier: per dimostrare che esistono votano con Grillo e Salvini ma io vado avanti

Sulle riforme i guastatori del Pd sono venuti ieri allo scoperto, lanciando il loro guanto di sfida a Matteo Renzi. Erano tutti allineati in commissione Affari costituzionali a Montecitorio, i caporioni della minoranza anti-renziana: da Rosy Bindi a Gianni Cuperlo, dal bersaniano D'Attorre al lettiano Marco Meloni. E alla prima occasione utile, il voto di un emendamento di Sel per abolire i cinque senatori di nomina presidenziale previsti nella riforma del Senato che ha soppresso i senatori a vita, hanno affondato il colpo, d'intesa con i grillini, la Lega e la fronda di Forza Italia rappresentata da Maurizio Bianconi. Il governo è andato in minoranza, e al di là dell'impatto tecnico dell'emendamento – tutto sommato ininfluente – è il segnale politico che conta, il «pizzino» al premier: siamo in grado di far deragliare il treno delle tue riforme, di bloccare anche la nuova legge elettorale (sulla quale, guarda caso, ieri sono piovute in Senato migliaia di emendamenti ostruzionistici da Lega, Sel e minoranza dem) e di condizionarti sul Quirinale. Bastava vedere le facce ilari e gioconde con cui Bindi e Civati, Meloni e D'Attorre si sono riuniti alla buvette della Camera per brindare al successo del trappolone contro il governo per capire che ormai la guerra interna al Pd sta degenerando, e che – come denuncia il relatore della riforma Emanuele Fiano, «non esiste più neanche il rispetto dei patti tra gentiluomini». «Questi scherzano col fuoco», dice Debora Serracchiani. Tanto che tra i fedelissimi del premier cresce il sospetto che un pezzo di minoranza stia seriamente pensando alla scissione e puntando su una crisi di governo a breve per andare al voto col proporzionale del Consultellum, che garantirebbe persino a loro qualche chance di entrare in Parlamento. L'Assemblea nazionale Pd del 14 dicembre «può diventare una resa dei conti», dicono dalle parti del premier.

Quando riceve la notizia dal ministro Maria Elena Boschi, che presidia la commissione, un infuriato Renzi dichiara chiuso il dialogo con la minoranza interna: finora il governo ha indicato la linea soft, trattando su emendamenti ed eventuali modifiche a patto di far marciare l'impianto complessivo nei tempi previsti. «Ora basta», è il nuovo imput, il Pd farà muro contro i frondisti. «Ma se pensano di intimidirci non mi conoscono», dice ai suoi il premier. «Si divertono a mandarci sotto per far vedere che ci sono, che esistono. Anche a costo di votare con Grillo e Salvini». Ora, assicura Renzi, «andranno sotto in aula, e l'incidente di percorso sarà chiuso». In aula, sottolinea la Boschi, «voterà il vero Pd», il testo originario verrà ripristinato per evitare una nuova «navetta» con Palazzo Madama, che rischia di riaprire la fiera sull'intero articolo 2 della riforma e sulla vexata quaestio dell'elezione o meno dei senatori. L'ira dei renziani esplode in pubblico: «I frammenti di minoranza finalmente si uniscono. Obiettivo impallinare il governo. Con amici così a che servono i nemici? Elezioni subito», twitta Roberto Giachetti. «Hanno perso le elezioni, poi le primarie. Adesso vogliono bloccare le riforme del governo Renzi. Basta con le Bindi e i Cuperlo», tuona la senatrice Laura Cantini. E proprio dal Senato, a firma di renziani e «giovani turchi», arriva la controffensiva: un emendamento che reintegra il Mattarellum come sistema elettorale «di garanzia» in caso l'Italicum non venisse approvato prima delle elezioni. Un sistema nel quale le candidature nei collegi devono essere vistate dal partito, con conseguente depotenziamento delle minoranze interne. «A noi, nel 2013, Bersani garantì meno di 20 candidature, nonostante alle primarie avessimo preso il 40%. Potremmo usare lo stesso metodo», scherza (ma non troppo) il renziano David Ermini.