La ripresa secondo Tria: più investimenti pubblici

Il ministro pensa di poter ottenere flessibilità dall'Ue nella spesa destinata a grandi opere e infrastrutture

Il ministro dell'Economia Giovanni Tria è intervenuto sulla scena politica con la pubblicazione dell'anteprima di un saggio da lui scritto - insieme con il professor Lucio Scandizzo, esperto di grande notorietà internazionale - riguardante il rilancio dell'investimento nelle infrastrutture e nelle opere pubbliche, ai fini della crescita dell'economia e dell'occupazione in Italia e in Europa.

Si tratta di un importante segnale politico, anche per la scelta della sede, in cui lo studio, molto ben articolato, compare, che è la rivista Formiche, un periodico di politica e di politica economica e sociale del mondo moderato centrista. Tria, con Scandizzo, sostiene che la ragione della bassa crescita del Pil (il prodotto lordo) e della produttività, ossia del prodotto per unità di lavoro e di capitale, sta soprattutto nel calo degli investimenti e, in particolare, di quelli pubblici. Per dare un futuro all'Italia e per rilanciarla nel presente si deve aumentare l'investimento pubblico, tagliato, in questi anni, facendo deficit per la spesa corrente e bonus vari, cioè in impieghi di consumo.

La spesa per investimenti, argomentano Tria e Scandizzo, genera molta più occupazione che una per consumi, perché i lavoratori e le imprese che producono gli investimenti pubblici, poi spendono questo denaro in consumi. E soprattutto, l'investimento, in particolare quello pubblico, dà luogo a un futuro migliore, perché contribuisce a generare maggior produzione e maggiore efficienza produttiva, quindi maggior competitività e la possibilità di dare salari più alti e insieme maggiori utili. Perciò secondo Tria, neo ministro dell'Economia, bisogna invertire la rotta della nostra politica finanziaria, dando priorità al rilancio dell'investimento pubblico, in opere grandi, medie piccole e infrastrutture, nel Centro-Nord e nel Sud: ciò comporta di chiedere all'Unione Europea margini di flessibilità, temporanea, nel bilancio pubblico, di natura monetaria, essenzialmente per questo obbiettivo.

In linea di massima, mi pare che il ragionamento fili, ma con due chiose, più una pregiudiziale senza la quale il programma del neo ministro rischia di rimanere nelle buone intenzioni. L'osservazione pregiudiziale è che molte opere si sono arenate non per carenza di fondi, ma per complicazioni burocratiche e resistenze politiche, attuate con cavilli legali e mediante mobilitazioni tipo no Tav e no Tap.

I Fondi europei che dovevano servire ad investimenti, in molte Regioni, specie del Sud, sono stati dirottati a spese correnti o restituiti al mittente. Nel caso della banda larga e di concessioni autostradali, è mancato il coraggio di esercitare i poteri pubblici nei confronti di potentati privati, non sempre italiani. Le mie due chiose riguardano la quota di pubblica spesa per un dato investimento pubblico. Per spendere 10 miliardi in investimenti pubblici ne bastano 1,5 di spesa pubblica, se l'operazione è affidata ad imprese - pubbliche o private - che operano con criteri di mercato. Se la quota di spesa pubblica a fondo perduto è molto elevata, vi è il rischio di investimenti inefficienti. Dato ciò, la deroga da chiedere in sede europea per far ripartire gli investimenti pubblici è molto contenuta. Comunque, va ricordato che l'Italia deve ridurre il debito e fare un Documento di economia e finanza serio, se vuole stare con i piedi per terra e non nelle nuvole, che si tramutano in temporale ed alluvione finanziaria.