«La rivolta in Iran è stata soffocata»

L'annuncio della Guardia rivoluzionaria. Trump: «Aiuteremo al momento giusto»

Luciano Gulli

Il Grande Turbante Ali Khamenei a Teheran come Nicolas Maduro in Venezuela e la buonanima di Fidel Castro a Cuba. Ogni volta che il capataz di un regime è in difficoltà, con le picche del popolo che roteano in piazza e puntano contro i palazzi del potere, la ricetta è lì, bella pronta nel cassetto. Si fa così. Si chiamano a raccolta i fedelissimi; i figli, le mogli e i cognati dei fedelissimi, e si distribuiscono tre o quattro parole d'ordine - sempre le stesse, col Grande Satana americano in testa - e li si fa sfilare in massa sotto le compiacenti telecamere di Stato. In modo da poter dire, nei telegiornali della sera, che «il Popolo» -quello vero, naturalmente- sta dalla parte «giusta». Mentre tutti gli altri, quelli che si lamentano perché in un Paese produttore di petrolio anche il prezzo della benzina è aumentato del settanta per cento, mentre il prezzo del pane è solo raddoppiato: be', tutti costoro, compresi quelli che si lamentano perché il regime spende triliardi di dollari per aiutare Assad in Siria e i compari sciiti nell'area, sono al soldo di chi vuole sovvertire l'ordine costituito. Nella fattispecie, gli Usa e i grandissimi mascalzoni che stanno dall'altra parte del Golfo, i mariuoli della casa regnante saudita.

E dunque grandi cartelli, masse vocianti, folle di donne in nero e riprese in campo stretto, ieri a Teheran, per mostrare al mondo il volto compatto di un regime cingolato.

«La rivolta in Iran è stata sconfitta», soffia nel suo trombone il capo dei Guardiani della rivoluzione, il generale Mohammad Ali Jafari. Di stravagante, e certamente di inconsueto, nel suo discorso farcito delle solite banalità, stavolta c'è il dito puntato contro il più imprevedibile dei «nemici»: quel Mahmoud Ahmadinejad che dell'Iran è stato presidente (certo non morbido con l'Occidente e l'Arabia saudita, il grande competitor dell'Iran nell'area) fino all'agosto del 2013.

In difesa dei giovani che hanno sfidato il regime a viso aperto e versato il loro sangue per la libertà (23 morti e quasi cinquecento arrestati, nei giorni dell'ira) è sceso in campo di nuovo il presidente americano Trump. «Vedrete un grande sostegno da parte degli Usa al momento opportuno», promette Trump. Mentre dalla piazza sale il solito coro di «morte all'America».

Di nuove sanzioni «in un set di strumenti di pressione molto più ampio» ha parlato ieri un portavoce del Dipartimento di Stato, avvertendo il regime che le violazioni dei diritti umani non resteranno impunite. Con un fil di voce protesta anche l'Europa, per bocca della nostra Federica Mogherini. Che con un bel giro di parole ricorda che non sta bene sparare sulla gente che dimostra pacificamente; e che «l'Iran non fa eccezione». Preoccupazione, mancherebbe, è stata espressa anche dal presidente francese Macron, che intanto ha rinviato a data da destinarsi la già prevista visita del ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian.

Anche il presidente turco Erdogan fa la faccia feroce. Ma a Teheran i «Guardiani della rivoluzione» fanno spallucce e serrano i lacci dei loro anfibi.