Rivolta Tory, May è sola contro tutti

Il 60 per cento del partito la vuole fuori. Si dimettono i suoi due consiglieri capo

Manila Alfano

Appuntamento per il 19 giugno. Non un giorno in più. Si sapeva e ora si riconferma: Angela Merkel sulla Brexit non farà sconti. Di nessun tipo.

Delle sorti di Theresa May punita dal voto, delle tensioni all'interno dei Tories, delle fronde interne che ora chiedono le dimissioni della premier, ad Angela non importa assolutamente nulla. Il diktat è andare avanti con i negoziati e rispettare l'agenda. Il 19 giugno si parte. L'Europa deve marciare a ritmo serrato, portare a casa il risultato, a costo di approfittare delle debolezze dell'altro. «Noi vogliamo negoziare rapidamente, vogliamo attenerci alla scadenza e a questo punto non credo che nulla che possa suggerire che questi negoziati non debbano iniziare come è stato concordato», ha detto la Cancelliera dal suo viaggio in Sud America. A farle eco il vicecancelliere, Sigmar Gabriel che chiede «se per il Regno Unito sia davvero un bene lasciare l'Unione in questo modo».

A casa intanto la May appare sempre più in difficoltà e sola. Nick Timothy e Fiona Hill, collaboratori strettissimi della signora premier, hanno ceduto a pressioni divenute insostenibili e hanno rassegnato le dimissioni. Se non lo avessero fatto, riferisce la Bbc, lunedì stesso Theresa May sarebbe stata sfidata per la leadership Tory. Il partito conservatore accusa loro due, prima ancora che Theresa, il fallimento del piano elettorale, ma è evidente che la loro uscita di scena indebolisce una volta di più la signora premier, ostaggio di un partito in rivolta. «Adesso May è sola e senza amici», ha detto l'ex consigliere per la premier britannica, Joey Jones. E all'orizzonte solo guai. Il negoziato per mettere insieme una maggioranza di governo con gli unionisti dell'Ulster appare più complicato del previsto. Quasi trecentomila firme on line in 12 ore sono state raccolte per chiederle di non fare accordi con il partito nord irlandese, a causa delle sue istanze illiberali in materia di diritti civili, aborto e cambiamenti climatici. Un patto, quello con i nord irlandesi, carico di conseguenze. Per molti osservatori infatti potrebbe destabilizzare e rimettere in discussione anche gli accordi di pace sull'Irlanda del Nord del 1998. Ma c'è di più: un sondaggio condotto dal sito ConservativeHome, evidenza che il 60% dei 1.503 interpellati tra i membri del Partito conservatore ritiene che la May dovrebbe lasciare. La percentuale sale al 65% se si analizza la risposta di 4.763 persone. E c'è chi invoca tra l'altro, un rimpasto di governo.

Angela lo sa che il risultato delle elezioni non renderà il negoziato più semplice. Questioni di tattiche, di mosse e contromosse. La linea ferma della Germania è sempre stata una certezza. Sullo sfondo, c'è anche l'idea che non si debbano premiare i Paesi tentati dalla rottura con l'Unione. «Sarebbe tempo perso credere che il Regno Unito possa ottenere vantaggi anche quasi equivalenti dopo aver abbandonato l'Ue», aveva già avvertito Angela. Certo, non è detto, però, che un governo traballante, tanto più con gli unionisti a bordo, renda May più arrendevole, anzi. Lei intanto, dopo la tempesta, tenta di traghettare verso riva.