Roma chiusa per paura di affondare

Mezzi fermi, 200 alberi caduti: ormai ogni dramma la scopre indifesa

Giuseppe Marino

Roma «Ahò, so caduti talmente tanti alberi che stamattina camminamo sur parquet». Non c'è sciagura in grado di spegnere il cinico umorismo romano. Ma dietro alle risate c'è rabbia, come quella di chi si è trovato nei giorni scorsi a viaggiare in piedi sui sedili di un bus allagato. Ieri c'erano diciassette gradi, un tiepido solicello, ogni tanto due goccce di pioggia. Eppure la città si è arresa a una tiepida giornata autunnale, reagendo come se ci fosse un bombardamento. Scuole chiuse e la sera prima c'è stato perfino chi ha pensato bene di spargere il sale in strada come se stesse per arrivare una tormenta di neve.

Niente di strano. La città eterna nell'era grillina alza bandiera bianca contro qualunque minaccia. C'è una strada troppo malconcia? Chiusa al traffico fino a nuovo ordine. Troppe buche in tangenziale? Si abbassa la velocità a 30 all'ora. La movida è fuori controllo? Si chiudono i bar all'ora del telegiornale. Va detto che il sindaco Raggi ha fatto bene a ordinare la chiusura delle scuole per due giorni, non perché ci fosse un'emergenza oggettiva (l'allerta era arancione, che nel linguaggio meteorologico sta per moderata) ma perché la città è ormai talmente fragile che non serve l'ombrello ma l'elmetto. Le raffiche di vento sono state potenti, fino a 100 km/h, ma inferiori a quelle che hanno colpitole città costiere. A Terracina (Latina) sono arrivate fino a 130 all'ora, in Maremma hanno toccato il record di 171 km/h. Nella capitale miracolosamente non ci sono state vittime, ma è la città che ha avuto più danni e, non a caso, al patrimonio pubblico, quello gestito dal Comune: oltre duecento tra alberi e pali della luce caduti, in una città in cui la cura delle strade e del verde è stata interrotta in attesa di bandire ormai mitologiche gare d'appalto a prova di «honesta» grillina. Mentre si insegue questo mito, Roma «città aperta» durante la Seconda guerra mondiale, chiude per effetto di una mala amministrazione che riesce ad aggravare gli effetti delle precedenti.

Chiudono i mezzi pubblici, con l'azienda che dovrebbe gestirli, l'Atac, tenuta in piedi dal polmone artificiale di un concordato fallimentare. La fermata «Repubblica» della metropolitana è ancora chiusa ai passeggeri dopo il crollo della scala mobile. Sono chiuse per voragini decine di strade. A San Lorenzo, dopo la tragica morte di Desiree Mariottini, la sindaca ha pensato bene di vietare l'alcol dopo le 21, cacciando via gli avventori dei locali e lasciando le strade libere per gli spacciatori. La decorazione più diffusa a Roma è il nastro giallo con cui la polizia municipale circonda aree diventate inaccessibili per incuria. Roma chiude e Virginia Raggi suona la lira come Nerone, cantando la sua propaganda. Su Facebook è arrivata a vantare tra i suoi successi la rimozione di un materasso abbandonato. E in questi giorni una voce in metropolitana annuncia che è stata riaperta con cinque giorni di anticipo una strada chiusa per voragine. La versione completa sarebbe: sette mesi meno cinque giorni. È la post verità, bellezza.