Se il capo della Corte ha fatto carriera in Kerala

Latorre deve rientrare a Delhi e a Girone niente licenza per Natale. Ma spunta un sospetto sul capo della Corte suprema indiana

Pugno in faccia della Corte suprema ai marò trattenuti in India da più di mille giorni, senza processo. Salvatore Girone chiedeva di passare il Natale a casa con i suoi figli e Massimiliano Latorre di ottenere un'estensione del permesso di rimanere in Italia oltre il 13 gennaio per sottoporsi ad un intervento al cuore. Il pugno è stato sferrato da H. L. Dattu, nominato a fine settembre capo della Corte suprema. «Anche le vittime hanno i loro diritti», ha sentenziato il magistrato rigettando le istanze e riferendosi ai due pescatori morti al largo del Kerala, secondo l'accusa per mano dei marò. E l'ex ministro degli Esteri Federica Mogherini, ora Alto rappresentante della Politica estera della Ue, avverte: il «no» può avere «un impatto» nei rapporti tra India e Unione Europea.

I fucilieri di Marina sono rimasti fregati per l'ennesima volta dagli indiani per volontà di un giudice, che guarda caso ha fatto carriera come presidente della Corte suprema del Kerala. Nello stato sud occidentale dell'India è iniziata l'odissea dei marò, in servizio anti pirateria sulla nave italiana «Enrica Lexie», arrestati il 19 febbraio 2012 con l'accusa di aver ucciso i due pescatori in alto mare. L'inflessibile Dattu ha usato il Kerala come trampolino di lancio verso Delhi grazie ad una serie di amicizie politiche e giudiziarie, che potrebbero far discutere. Il premier ultranazionalista indiano Narendra Modi, pochi mesi fa, ha firmato il via libera alla nomina del magistrato mangia-marò alla più alta carica giudiziaria indiana.

Durante l'udienza di ieri Dattu si è messo subito di traverso. Nei 30 minuti concessi la richiesta di Girone di passare il Natale a casa è stata ben poco calcolata. Nonostante il parere di esperti sui problemi psicologici, che potrebbero avere i due figli a causa della lunga lontananza del padre. L'istanza di Latorre ha rivelato che il marò, colpito da un'ischemia agli inizi di settembre e per questo motivo in Italia, avrebbe dovuto sottoporsi ad un intervento al cuore l'8 gennaio. Il ministero degli Esteri indiano aveva dato il nulla osta alla proroga del permesso sanitario di Latorre, come ha spiegato in aula l'avvocato dello Stato. Però il presidente della Corte suprema ha dichiarato: «Allorché le indagini non si sono concluse e i capi d'accusa non sono stati presentati, come posso concedere l'autorizzazione agli imputati? Sarebbe bene che tutti gli sforzi fossero concentrati sulla chiusura della fase istruttoria del processo».

In pratica la melina giudiziaria indiana, che dura da quasi tre anni, va imputata ai marò. Poi si è indispettito con gli avvocati che hanno sollevato il dubbio sulla giurisdizione indiana. E alla fine ha risposto «niet» alle richieste, assieme ai giudici a latere, spiegando: «Se concedessi questo ai due richiedenti, dovrei farlo per tutti gli imputati indiani».

Peccato che nessuno abbia ricordato i legami con il Kerala di Dattu, nominato nel 2007 presidente dell'Alta corte dello Stato indiano. La carica gli è servita da trampolino di lancio verso Delhi non senza critiche. In Kerala ha aiutato un giudice, molto discusso, che era fratellastro di K.G. Balakrishanan, uno dei presidenti della Corte suprema indiana. Guarda caso Balakrishanan ha aperto le porte a Dattu alla massima assise giudiziaria. Con l'arrivo di Modi, la strada era spianata. Il 28 settembre Dattu è diventato il 42° presidente della Corte suprema indiana. L'alto magistrato non ha dimenticato il Kerala ed i suoi amici giudici.

Il 28 ottobre ha respinto un'istanza che chiedeva l'annullamento della nomina a governatore dello Stato, dove è iniziata l'odissea dei marò, di P. Sathasivam, altro ex capo supremo della giustizia indiana. L'assurdo è che due settimane prima dell'ascesa di Dattu la stessa Corte suprema aveva concesso a Latorre di tornare in Italia per curarsi.