Se l'Fbi si arrende agli hacker per fare la guerra all'iPhone

Il Bureau confessa: pagati dei «pirati» per risolvere il caso Apple. È l'inversione dei ruoli tra guardie e ladri (informatici)

Marco Lombardo

Se pensiamo come sono nati, in fondo non ci sarebbe nulla di strano: i primi hacker lavoravano negli anni Sessanta al Mit di Boston, vestivano camicie bianche, avevano occhiali da professore e ragionavano in numeri per migliorare il mondo. Eppure adesso che l'Fbi ha confessato di essersi servita dietro compenso di un gruppo di hacker per sbloccare un iPhone - quello del terrorista di San Bernardino - il mondo si interroga su cosa sia successo nel frattempo, perché vedere il Bureau consegnarsi al nemico è un'ammissione di incapacità che fa scalpore.

L'America ai tempi di Obama insomma scopre che non ci sono più gli investigatori di una volta, ed è forse questo il passaggio epocale dell'era tecnologica che ha messo a nudo tutti gli 007 del pianeta. Proviamo ad immaginare cosa potrebbe essere ormai la caccia al ladro (e molto peggio) senza intercettazioni telefoniche e cibernetiche: il nulla probabilmente. Ed infatti davanti a un iPhone che non ne sapeva di volersi piegare ai federali, ecco che ci è voluto il gruppo di hacker per sbloccarlo. Di più: un gruppo di hacker che lavora con l'Fbi. Stipendiato dal governo. Pagato da Obama.

Già: hacker. Parola che oggi vuol dire rivoluzione, essere contro l'autorità, ribellione. Nata quando il linguaggio informatico che doveva essere per tutti divenne invece una vera e propria attività commerciale. Era la fine degli anni Settanta, alcuni di quei cervelloni si misero la cravatta per impadronirsi del mondo con i loro computer, altri tolsero la camicia bianca per indossare le magliette della libertà. Per stare dall'altra parte. Perché hacker non è essere criminali: è essere oltre. Così, ad esempio, solo due mesi fa proprio l'Fbi si è trovata davanti ad uno dei più grossi attacchi degli ultimi anni, ovvero la pubblicazione in rete di una lista con tutti i dati personali di oltre ventimila agenti in azione nel mondo. Praticamente un'intera rete di spie messe in pericolo dai nemici dell'Ordine. E poi, invece, ecco appunto l'incredibile notizia: per sbloccare un iPhone - quello che Apple non voleva assolutamente aprire - ecco che l'agenzia del governo Usa si affida ad un gruppo di ribelli diventati agenti segreti, gente che ha rimesso la camicia bianca per (ri)allinearsi e guadagnarci. Moderni tenenticolombo del digitale. Solo che un hacker certe cose non le fa per soldi. Non dovrebbe.

E insomma, tanti anni dopo, il mondo è davvero sottosopra: Apple, ovvero il simbolo del capitalismo informatico (e con lei tutti i big dell'informatica), che conduce una battaglia per la libertà di tutti di avere una privacy inviolabile; l'Fbi, cioè coloro che vorrebbero avere la privacy di tutti in mano, che assolda i paladini della libertà per reprimerla. Certo: in mezzo ci sono i 14 morti dell'attentato di San Bernardino, il diritto dei loro cari di vedere assicurato alla giustizia il terrorista in fuga, l'idea che aprire un telefono per accedere ai suoi dati vuol dire fare quello che è giusto per la sicurezza mondiale. Ma poi c'è il concetto che aprire l'iPhone di uno vuol dire aprire le vite di tutti a chi potrebbe accedervi non solo per fare del bene. E in tutto questo non si sa più da che parte stanno guardie e ladri, agenti e terroristi, Fbi e hacker appunto. È diventato un mondo di mezzo in pratica, in cui l'Fbi si è trovato un iPhone in mano e ha improvvisamente scoperto di non essere più capace di fare un'indagine. E che dunque serviva rivolgersi al Tenente Colombo. Dimenticandosi però che quello vero faceva tutto da solo.