Se nemmeno il Papa sa spiegare il dolore ai bimbi

Anche i Papi, nella loro grandezza, restano senza risposte. Succede, a volte. Succede davanti alle domande dei bambini, solo apparentemente ingenue. L'innocenza disarma, smonta i dogmi, incrina le certezze. E anche i Papi, che una certa vulgata considera alla stregua di un juke box o di un robot in grado di fornire la soluzione di ogni mistero del vivere, restano senza parole.

È accaduto ieri a Bergoglio durante l'incontro con l'associazione «Fabbrica della pace», davanti a un bambino che gli chiedeva perché fosse venuto al mondo con problemi di salute come i suoi e che cosa si possa fare affinché i bambini non soffrano. Il Papa ha ascoltato e ammesso la sua impotenza. «Questa domanda è una delle più difficili a cui rispondere. Non c'è risposta», ha riconosciuto il capo della Chiesa cattolica. Ecco qua. In questa ammissione c'è tutta la lealtà umana del Papa. Niente risposte automatiche. Niente ricette. La sofferenza (...)

(...) dei bambini è uno scoglio che può essere insormontabile. Una di quelle cose che destano scandalo, che fanno obiezione alla nostra razionalità. Un'ingiustizia di fronte alla quale può vacillare anche la fede più verificata. «C'è stato un grande scrittore russo, Dostoevskij - ha proseguito il Papa durante l'incontro - che si era posto la stessa domanda: “Perché soffrono i bambini?”. E lì, si può solo guardare al cielo e aspettare risposte che non si trovano». Alla seconda parte della domanda però Francesco ha detto di saper rispondere: «Cosa posso fare io perché un bambino soffra di meno? Stargli vicino. La società dia aiuti anche palliativi per le sofferenze dei bambini, si sviluppi l'educazione dei bambini verso le malattie».

Anche Papa Ratzinger, nell'aprile 2011, durante la trasmissione A sua immagine di Raiuno, disse di non aver risposte a una bambina giapponese che, all'indomani del terremoto che aveva provocato la morte di tanti suoi coetanei, gli chiedeva perché i bambini devono avere tanta paura. «Non abbiamo le risposte, ma sappiamo che Gesù ha sofferto come voi, innocente...», scandì allora Benedetto XVI. «Questo mi sembra molto importante, anche se non abbiamo risposte, se rimane la tristezza: Dio sta dalla vostra parte».

Ratzinger aveva ammesso la vertigine della sofferenza degli innocenti.

In un'altra occasione, circa un anno fa, parlando ai chirurghi di oncologia, Bergoglio aveva citato la testimonianza di Luigi Rocchi, il giovane di Tolentino che, immobilizzato in un letto per trent'anni, aveva risposto a suo modo al quesìto di Dostoevskij: «Tante volte mi sono chiesto il perché di tanto soffrire, di tanto dolore - aveva scritto in una celebre lettera -. Ma Gesù stesso non ha voluto chiarire questo mistero.

Egli non è venuto per toglierci la sofferenza, né per spiegarla... La sofferenza in sé non ha valore, ed è abominevole, schifosa, credimi: io ne so qualcosa, io che la vivo tutti i giorni e ogni giorno aumenta e diventa più gravosa.

Ma il valore sta nel sopportarla per amore degli altri. La sofferenza, la croce fece ribrezzo pure a Gesù».

Recentemente, mi è capitato di ascoltare la testimonianza di Rose Busingye, un'infermiera che assiste le donne ammalate di Aids a Kampala, in Uganda, la quale di fronte alla tentazione della resa e al senso profondo d'impotenza che provava, si rincuorava dicendo: «Gesù avrebbe potuto guarire tutti i malati della Palestina. Però non l'ha fatto...».

Qualcosa vorrà dire. Forse che la sofferenza non ha l'ultima parola. Anche se, ancor più quella degli innocenti, ci mette alle corde. Ci fa gridare verso il cielo. Come fece anche Gesù in croce: «Padre, se possibile passi da me questo calice».

Se anche Cristo avrebbe voluto evitare la croce, significa che non ci sono dogmi.

Non ci sono formule pronte all'uso. Non le ha nemmeno il Papa.

La fede non è un'ideologia. Non è un ricettario.

Il dolore dei bambini è scandalo angosciante. E scandalo rimane. Abbiamo solo una risposta di abbandono, di rassegnazione, di affidamento.

Di pietà, forse.

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Marchese Ragona a pagina 17