Se non serve operarsi per cambiare sesso

Cassazione, sentenza choc: per l'anagrafe l'intervento chirurgico non è più indispensabile. Il genere è soggettivo

Basta farsi crescere la barba e farsi venire il vocione, oppure farsi crescere le tette per diventare uomo o donna davanti all'anagrafe civile. Insomma, non servono più le lunghe e delicate operazioni chirurgiche obbligatorie, basta solo una manciata di ormoni e la carta d'identità si può adeguare al nuovo status.

La Cassazione ha ieri emesso una sentenza che può cambiare la vita a molti transessuali che si presentano nelle Asl per cambiare sesso. Fino a ora sono oltre un migliaio le persone che ce l'hanno fatta. Ma tantissime sono ancora in lista di attesa. E se non vogliono spendere 15mila euro, devono aspettare dai due ai tre anni prima di essere operate per una modifica sessuale fisica che fa da premessa a ogni possibile cambiamento di stato anagrafico.

Il trattamento sanitario è delicato. Se per passare da maschio a femmina occorrono un paio di interventi, nel caso contrario servono fino a cinque operazioni differenti, per rimuovere utero, ovaie e seno, per falloplastica e protesi del pene.

Ma tutto questo era obbligatorio fino a ieri. Da oggi questo calvario si può evitare visto che, secondo la suprema Corte «non è necessario sottoporsi a un intervento chirurgico che modifichi i caratteri primari sessuali, ossia gli organi genitali e riproduttivi, per ottenere la rettificazione di sesso all'anagrafe».

Nel caso pratico la prima sezione civile della Cassazione ha accolto il ricorso di un 45enne che, nel 1999, aveva ottenuto dal tribunale di Piacenza l'autorizzazione al trattamento chirurgico per diventare donna: dopo dieci anni, però, aveva chiesto di poter rettificare i propri dati anagrafici senza sottoporsi all'intervento, temendo le «complicanze di natura sanitaria» e affermando di aver già «raggiunto un'armonia con il proprio corpo, che lo aveva portato a sentirsi donna».

Il tribunale e la Corte d'appello di Bologna avevano rigettato l'istanza, mentre la Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha detto sì alla domanda di rettificazione di sesso da maschile a femminile, ordinando agli ufficiali dello stato civile competenti le modifiche anagrafiche competenti. Il motivo? «L'interesse pubblico alla definizione certa dei generi non richiede il sacrificio del diritto alla conservazione della propria integrità psico fisica». Infatti, cambiare sesso è un «diritto inviolabile della persona» che può implicare rischi anche da un punto di vista sanitario. Questo diritto si può sacrificare solo per «interessi collettivi superiori da tutelare» che il legislatore non indica da nessuna parte.

L'unica cosa che va verificata, precisa la Corte, è «una diagnosi di disforia di genere e una modificazione certa dei caratteri sessuali secondari», quali conformazione del corpo, timbro di voce, atteggiamento e comportamenti esteriori, «attraverso interventi di chirurgia estetica e terapie ormonali». In pratica, la terapia ormonale è un test di vita reale: io sono Carlo ma mi sento Carlotta: cresce il seno, cambia la voce. Viceversa, con l'ormone maschile, a Carlotta cresce la barba, aumenta la massa muscolare e diminuisce il seno e diventa Carlo. Grandi cambiamenti psichici ed estetici. Che allo Stato devono bastare.