Sesto non è più Stalingrado Rottamata la linea buonista

Il colpaccio di Di Stefano nella città più rossa d'Italia Smascherati i dem su profughi, sicurezza e imprese

Sesto San Giovanni dopo 71 anni ha cambiato verso e c'è chi non si rassegna. «Avete votato il peggio ve ne accorgerete», «fuori i fascisti dal Comune», le scritte comparse ieri pomeriggio davanti al municipio dove si insedierà a giorni il primo sindaco di centrodestra dal dopoguerra. Gli insulti di qualche militante di sinistra deluso non sciupano la festa a Roberto Di Stefano. Con il 58,6% dei voti non ha vinto, ha stravinto contro la sindaca uscente del Pd Monica Chittò, quasi diciassette punti di distacco. «Nell'ex Stalingrado c'era un'egemonia della sinistra. È stata una vittoria schiacciante, un'impresa storica che devo ai miei concittadini, hanno voluto il cambiamento» continua a ripetere da ore il neo sindaco, 39 anni, assicuratore, sposato con l'esponente milanese di Forza Italia Silvia Sardone e papà di due bambini di sette e quattro anni. Dopo dieci anni sui banchi dell'opposizione in quota Forza Italia, oltre 200 mozioni, interrogazioni, proposte e richieste di accesso agli atti e 45 denunce e segnalazioni in Procura e alla Corte dei Conti contro le giunte Pd, Di Stefano si è messo in gioco, voleva tentare la mission impossible e il partito gli ha dato fiducia. Ha compattato al primo turno il centrodestra - Fi, Lega e Fratelli d'Italia - che altrove in Lombardia andava in ordine sparso e per il ballottaggio ha agganciato l'ex sfidante civico Gianpaolo Caponi che l'11 giugno aveva sorpassato a sorpresa anche il candidato del Movimento 5 Stelle. Un apparentamento che è stato «decisivo per la vittoria - analizza - è stato un attacco a due punte, abbiamo lanciato un modello di centrodestra allargato al polo civico che è risultato vincente».

Di Stefano ha battuto invece il «modello Lampedusa» proposto dalla Chittò, per la linea buonista sull'accoglienza dei profughi l'esponente renziana aveva subito anche pesanti minacce. «Se posso aiutare qualcuno - detta ora il sindaco azzurro - aiuto prima i sestesi in difficoltà e se avanza qualcosa anche gli ultimi arrivati. Ma non ha senso continuare ad accogliere immigrati e poi avere cittadini che dormono in macchina». Alla vigilia del voto la leader di Fdi Giorgia Meloni aveva srotolato con il candidato e i «colonnelli» del partito (Da Ignazio e Romano La Russa a Viviana Beccalossi) uno striscione davanti a un cantiere alla periferia di Sesto: «No alla più grande moschea del nord Italia». Nella città dove il 23 dicembre due agenti spararono e uccisero il terrorista di Berlino Anis Amri il voto per le amministrative è diventato anche un referendum pro o contro il progetto di una moschea da 2.700 metri quadrati, dichiarata abusiva dal governatore leghista Roberto Maroni. «Anche la comunità islamica locale era con me - sostiene ora il vincitore -, non vogliono una struttura da 4mila posti che attirerebbe realtà sganciate dal territorio. Durante la campagna abbiamo sollevato questioni di sicurezza e su presunti finanziamenti da Qatar senza ricevere rassicurazioni. Ora manterrò la promessa». Un commissariato di polizia invece del minareto. Non intende negare il diritto di culto, «parlerò con l'imam locale, vedremo la disponibilità al dialogo e valuteremo il da farsi, potrebbe rimanere la moschea provvisoria che ospita 400 persone, ma a fronte di un protocollo di intesa a garanzia della legalità». Sicurezza e lavoro sono i capisaldi. Sesto era la città delle grandi fabbriche, Falck, Breda, Campari tanto per citare. «Riporterò qui le imprese invece di farle scappare come la sinistra negli ultimi anni».