Sgozzò la moglie e i figli: «Voglio lo sconto di pena»

Rito abbreviato e perizie, il padre-omicida di Motta Visconti fa di tutto per evitare l'ergastolo. La suocera: «Deve soffrire»

MilanoRito abbreviato per Carlo Lissi, il giovane che la scorsa estate sgozzò moglie e due figli, per essere libero di vivere senza il fardello della famiglia. L'ha deciso ieri il gip di Pavia Luisella Perulli, accogliendo la richiesta del suo legale Corrado Limentani, teso a scongiurare l'ergastolo e puntare a una condanna a 30 anni. Che potrebbero scendere ulteriormente se la perizia psichiatrica, disposta sempre ieri dal magistrato, dovesse confermare il suo «vizio di mente». Accertato per ora solo dagli psichiatri della difesa. Una possibile clemenza non certo condivisa dalla suocera Giuseppina Radaelli: «Non perdono e non perdonerò mai chi ha ucciso mia figlia e i miei due nipoti. Da questo processo chiedo solo giustizia: deve restare in carcere a soffrire, così come ha fatto soffrire noi».

Carlo Lissi, 31 anni, ieri ha preferito non presentarsi in aula, come non sarà presente il 14 maggio quando il gip assegnerà l'incarico ai periti per capire la «capacità di intendere» del giovane tecnico informatico. «Ma il signor Lissi sarà comunque presente in una delle prossime udienze, per raccontare quanto è successo - hanno garantito i suoi avvocati -. È molto afflitto per quanto è successo e disposto a espiare la giusta pena per le sue responsabilità». Pena che potrebbe fermarsi a 30 anni, e forse scendere se appunto gli fosse riconosciuto il «vizio di mente». Diagnosi che potrebbe meglio spiegare perché la sera del 14 giugno 2014 l'uomo ha ucciso a coltellate la moglie Maria Cristina Omes, 38 anni, e i due figli Giulia, 5 anni, e Gabriele, 20 mesi. Disarmante la motivazione: «Ero innamorato di Maria, una mia collega di lavoro, tra noi non c'è mai stato nulla, non intendeva tradire il fidanzato. Ma io avevo perso la testa per lei, anche perché ero stanco di mia moglie: essendo più grande di me comandava lei in casa. Tanto che avevo già avuto in passato un paio di relazioni extraconiugali».

La famiglia come una gabbia da cui uscire in qualche modo. Lissi pensa alla separazione, ma alcuni amici gli spiegano come sia un passaggio duro tra procedure giudiziarie e alimenti da pagare. Senza contare che avrebbe dovuto affrontare anche genitori e suoceri. Però quella sera di giugno confessa il suo amore per Maria alla moglie, ne nasce un violento litigio. Lei lo accusa, lo insulta. Lui afferra un coltello e inizia a colpire, mentre lei tenta di fuggire gridando «no, no» e chiedendo «perché, perché?». Dopo la moglie, i figli. Ancor più agghiacciante la spiegazione: «Non riesco a capire bene neppure io perché l'abbia fatto. Forse perché temevo che avrebbero sofferto troppo senza madre ne padre». Dopo il delitto l'idea di suicidarsi, subito scartata. Simula invece l'azione di una banda di rapinatori e svuota la cassaforte dei gioielli della moglie. Poi, per crearsi un alibi, va al bar a vedere la partita Italia-Inghilterra. «Normalissimo» racconteranno gli amici con lui davanti al televisore. La versione della rapina finita male regge appena 24 ore poi, incalzato dal procuratore capo di Pavia Gustavo Cioppa e dal sostituto Giovanni Benelli, crolla e confessa tutto.

Ieri il primo passo di un processo destinato non certo a stabilire la sua colpevolezza, ma solo l'entità della pena. Con la possibilità di evitare l'ergastolo tra l'abbreviato e una perizia psichiatrica favorevole. Eventualità che fa infuriare la mamma di Maria Cristina: «Deve restare in carcere e soffrire come ha fatto soffrire noi».