Un sindacato mostro che pretende solo il potere

E st modus in rebus . In questo difficile periodo di transizione e di adeguamento della nostra cultura sociale ed economica, la cosa che davvero non serve è uno scontro sindacato sì, sindacato no. Il sindacato va bene come unione dei dipendenti di un'impresa, per bilanciare il potere che l'impresa avrebbe nei confronti del singolo dipendente. Ma quando il sindacato diventa federazione e confederazione, acquisisce un peso (...)

(...) eccessivo rispetto alla funzione originaria. Per mantenere comunque coesa la massa di lavoratori, i sindacati hanno cercato il potere, inteso come esercizio dello stesso e come occupazione di posizioni importanti nelle istituzioni. Quanti leader politici sono stati dirigenti sindacali? Quante cariche istituzionali sono state ricoperte da ex dirigenti sindacali? Il potere cerca il potere. Così il sindacato ha cercato ed è stato cercato - colpevolmente - pure dai governi. Ma per quanto grande possa essere, un sindacato non potrà mai diventare un soggetto titolato, non in una democrazia parlamentare elettiva. Molti cittadini ancora vogliono che a decidere siano 630 deputati e 315 senatori, eletti col sistema «1 testa = 1 voto». Eppure nei decenni il potere ha consentito al sindacato di stare nel mezzo delle trattative importanti di politica economica, determinando le scelte al di fuori di ogni equilibrio democratico. Concertazione, l'hanno chiamata. Ossia, mettiamoci d'accordo tra noi. Tra coloro che hanno il potere, quello vero. Ogni organizzazione ha un obiettivo primario: sopravvivere. Data la natura stessa del sindacato, ossia l'unione, la sua sopravvivenza è direttamente legata al numero dei lavoratori che rappresenta. Così la politica sindacale degli ultimi decenni è stata «inclusiva»: difendere ogni lavoratore, anche quelli «indifendibili». Ma le donne e gli uomini non sono uguali, e non tutti vanno difesi, non sempre. Utilizzare la forza che proviene da tanti che lavorano con impegno e passione, per proteggere e difendere qualcuno che se ne approfitta, è un impiego molto discutibile di quel patrimonio di forza, di unione.

Oggi il mondo è cambiato. Una parte rilevante dell'opinione pubblica ha avuto modo di toccare con mano i modi di operare del sindacato, quanto meno discutibili in più di un caso. Troppi dei loro iscritti sono pensionati. La grande maggioranza dei lavoratori semplicemente non è iscritta a un sindacato. Ma soprattutto, tanti lavoratori chiedono la possibilità di impegnarsi e di meritarsi il frutto del loro lavoro, senza essere ostacolati da chi insegue/protegge comode rendite di posizione. L'articolo 18 sta tutto qui. Toglierlo non serve a licenziare, ma a far lavorare con impegno chi finora ha pensato di poterne fare a meno. Aver consentito a tanti, troppi, di nascondersi ogni giorno dalla responsabilità che un posto di lavoro impone, è il prezzo che il Paese sta pagando. Quello che i sindacati sembrano non capire è che proprio i più deboli pagano il conto più salato. Speriamo che i deboli, almeno loro, lo capiscano.

LUISS Guido Carli