Soldato italiano deportato dai nazisti Gli eredi chiedono i danni alla Merkel

Angela Merkel citata in giudizio davanti al Tribunale di Cosenza. Nella città bruzia la cancelliera tedesca non andrà per celebrare il mito di Alarico, in questi giorni salito agli onori delle cronache per la brochure (poi ritirata con scuse) con la quale il Comune si accingeva a celebrare una pagina di storia accostando il mito del re dei Visigoti al capo delle SS Heinrich Himmler, lanciato da Hitler sulle tracce del tesoro del giovane principe dei Balti. Frau Merkel è attesa il 26 maggio (difficile però arrivi) per rappresentare la Germania al cospetto dei giudici cosentini e rispondere dei danni chiesti dagli eredi di Domenico Bove, sergente del Regio Esercito, all'indomani dell'8 settembre 1943 deportato nel campo di concentramento di Essen, filiale del lager di Buchenwald. Qui fu costretto a lavorare in condizioni terribili nelle miniere di carbone. Il sottufficiale calabrese tornò a casa che pesava 42 chili, in coda a due anni di lavori forzati. Faceva parte dei militari internati alla nascita del Governo Badoglio: di 700.000 in 70.000 non fecero ritorno. Molti altri persero la vita subito dopo il rientro in patria. Tutti restarono comunque segnati indelebilmente da quelli che, negli atti notificati all'Ambasciata tedesca di Roma, gli avvocati Antonio ed Elvira Bove descrivono come crimini come l'umanità, non soggetti a prescrizione e perciò perseguibili senza tempo pure in sede civile. Fin qui, come ha imparato di recente anche il leader greco Alexis Tsipras, la Germania si è sempre rifiutata di pagare i debiti contratti con l'umanità dal Fuhrer, ma in Calabria sono convinti di riuscire a spuntarla, forti di pronunce di Tribunali che da Torino a Firenze hanno iniziato a picconare il muro della spocchia germanica. D'altronde, come la signora Merkel non si stanca di insegnare al mondo, i debiti si pagano. Sempre. O no?