La soluzione è diventata il problema

di Francesco ForteLa diminuzione degli occupati e il connesso aumento della disoccupazione a dicembre mostrano in modo chiaro e impietoso che il Job Act tanto decantato dal premier non è una soluzione ma un problema. Il nuovo regime non crea occupazione ma la trasforma accrescendo i posti fissi e riducendo in maggior misura le altre forme di lavoro. Incoraggia fiscalmente il contratto a tempo indeterminato e scoraggia le altre fattispecie. Ma la via maestra per creare più lavoro è opposta: bisogna rimuovere gli ostacoli alla libertà di lavorare, premiare con riduzioni di aliquote la produttività del lavoro, qualsiasi sia il tipo di contratto, stabilendo che il maggior guadagno derivante da un lavoro più produttivo non sia tassato con aliquote crescenti come ora ma ridotte. Chi si impegna di più perché accetta orari e cambiamenti scomodi e prolungati fa un sacrificio che va controbilanciato da una minore imposta. Invece il Job's Act non premia la produttività, agevola il posto fisso. Ma se manca l'incentivo alla produttività cresce la rigidità, non l'efficienza. Certo, nel confronto fra dicembre 2015 e 2014 in Italia la disoccupazione cala di un punto all'11,5%. Ma ciò dipende dalla ripresa economica, trainata da due fattori. Il calo del prezzo del petrolio che riduce i costi delle produzioni nazionali e genera un maggior valore aggiunto per la nazione. E l'espansione monetaria della Bce, che facendo deprezzare l'euro rende più convenienti i nostri beni e servizi a livello internazionale. Il nostro governo non ha fatto e non fa nulla per dare una spinta all'economia con gli investimenti. Il bilancio pubblico, che ha un deficit superiore a quello consentito non tanto dalle regole europee quanto dal buon senso, è largo in spese correnti e avaro in investimenti. Questi, per di più, sono rattrappiti da procedure dirigiste. Comunque, se il Job's Act generasse un sostanzioso aumento di produttività, nel 2015, avremmo avuto un Pil maggiore e maggiore occupazione. E nel 2016 avremmo migliori prospettive per entrambi. Lo dimostra la Spagna. Nel 2015 il Pil della Spagna è cresciuto del 3,2%. Nel 2016 si prevede un aumento del 2,6. Invece il Pil italiano nel 2015 è aumentato meno dello 1% e nel 2016 per noi si prevede un aumento attorno allo 1,5%. La Spagna ha liberalizzato il mercato del lavoro con una coraggiosa deregolamentazione, il governo Renzi fatto il Job's Act fra squilli di tromba. Ma scrivere il titolo in inglese non basta per creare occupazione.

Commenti

Altoviti

Mer, 03/02/2016 - 14:28

Ricordatevi che è la sinsitra con il triste Prodi ad aver introdotto il lavoro interrinale e non è certo stato una buona cosa perché ha arricchito le aziende come Manpower ecc a discapito dei lavoratori e anche delle aziende clienti perché il costo è elevato, i consumatori diventando così lavoratori precari consumano di meno e i profitti delle aziende di lavoro interrinale partono all'estero. Poi le società che riccorono a tale lavoro perdono in professionalità. È una pura eresia dal punto di vista economico.È un caporalato mascherato!