Spagna, l'effetto-paura rafforza Pp e Psoe Ma è rebus sul governo

A oltre metà scrutinio Rajoy primo al 32,9% Podemos non sfonda e col 21,1% resta terzo

Alla fine Podemos non ha fatto il tanto sbandierato sorpasso sul Psoe, i socialisti iberici. Il partito del professore Pablo Iglesias, fondato meno di tre anni fa dalle ceneri del movimento 15-M (15 di maggio) degli Indignados, dopo il successo alle elezioni di dicembre e alle Europee, contrariamente alle proiezioni degli exit poll che lo davano come la seconda forza del Paese, si è fermato dietro ai socialisti, con 71 seggi (21,13%) pur presentandosi nell'inedita coalizione Unidos Podemos assieme a Izquierda Unida, la sinistra storica iberica.

Ha tenuto, quindi, il Psoe di Pedro Sanchez con 85 seggi (22,7). Ma il risultato più sorprendente è andato al Pp del premier uscente Mariano Rajoy che si è riconfermato il primo partito del Paese con una decina di seggi in più rispetto alle elezioni del 20 dicembre, conquistando 137 seggi (32,95), un risultato sempre distante dai 176 seggi necessari per governare senza alleanze. A Ciudadanos, i centristi guidati dal catalano Albert Rivera sono andati 32 seggi (12,97).

Alla luce di questi dati per non parcheggiare il Paese nell'ingovernabilità, l'unica ipotesi valida per un esecutivo di maggioranza è un'alleanza di larghe intese tra i popolari e i socialisti, un inciucio necessario, poiché un'intesa tra Unidos Podemos e il Psoe non avrebbe la maggioranza e richiderebbe l'aiuto di Ciudadanos.

L'affluenza ai seggi è stata del 69,77%, una delle più basse della storia elettorale, soprattutto nella Comunità di Madrid e in Catalogna. Qualcuno tra i politici ha incolpato di tale calo la massiccia ondata di calore che ieri, mentre gli spagnoli erano chiamati alle urne, ha colpito la Spagna. Madrid ha sfiorato i 34 gradi e temperature più alte si sono registrate in tutto il Sud e il Centro. Solleone o disillusione, una parte di quei 36,5 milioni spagnoli chiamati a scegliere tra 1.127 candidati, ha deciso di godersi la domenica fuori dalle città, lontano dalle urne, benché il richiamo collettivo di tutte le forze politiche e lo spauracchio sollevato dai media per un nuovo stallo che non si sarebbe potuto risolvere con un terzo appuntamento ai seggi. A due giorni dalla Brexit, sembra che la paura abbia inciso in modo significativo: Podemos, partito antieuropeista che predica l'uscita dalla Ue, ha perso una percentuale sensibile di voti andati al Pp. Ma dalle prime analisi, gli spagnoli come sei mesi fa, si sono nuovamente pronunciati per un cambiamento e non hanno dato la totale maggioranza al Pp che guida il Paese da quattro anni e mezzo. Il Partito socialista nel primo turno aveva registrato il peggiore risultato della sua storia, pur rimanendo la seconda forza politica del Paese. Nel paesaggio politico spagnoli si erano fatti spazio le due nuove formazioni nate dal popolo, Podemos a sinistra e i liberali centristi di Ciudadanos. Una situazione inedita che aveva decretato la fine del bipartitismo creando un equilibrio instabile e l'impossibilità di formare una coalizione necessaria a governare. E negli ultimi sei mesi la Spagna e la sua economia, la quarta della Zona Euro hanno avuto un esecutivo fantasma, costituzionalmente impossibilitato a presentare una sola riforma o a rivedere i conti, in un momento così delicato per un Paese amministrato dalla Merkel che ha convinto Bruxelles ad accettare il debito pubblico al 5%, ma ha imposto a Rajoy di approvare nel 2014, una sanguinosa riforma del mercato del lavoro, con pesanti tagli ai servizi pubblici e la privatizzazione di parte del sistema sanitario.

Con un nuovo spettro d'ingovernabilità, Podemos e Psoe potrebbero trovare in breve un'intesa per dare al Paese un governo stabile, evitando inciuci coi popolari. Sanchez, però, teme di rimanere stritolato da alleanze in cui, alla fine, sarebbe il socio di minoranza col rischio di perdere consensi così come è avvenuto ai socialdemocratici in Germania alleati della Merkel e al Pasok greco, letteralmente scomparso dopo l'alleanza con i conservatori e sostituito a sinistra dal partito Syriza di Alexis Tsipras.