È stato il papà di «Carosello» Oggi non compra più nulla

Vive da solo in 80 metri quadrati, unico lusso la colazione al bar. Non guarda la tv «Renzi non è male, però gli dedico il coro della Recoaro: cala cala cala, Trinchetto»

Nella prima parte della sua vita, Paolo Piffarerio ha ordinato agli italiani, attraverso la televisione, che cosa mangiare (carne in scatola Montana, formaggino Prealpino, crackers Doria, biscotti Bucaneve, gelati e panettoni Motta, caramelle Sana Gola), che cosa bere (Coca-Cola, Fanta, Sangemini, Recoaro, Crodino, succhi di frutta Derby, caffè Hag, brandy Vecchia Romagna, aperitivo Rosso antico, amaro 18 Isolabella, Dom Bairo, Petrus Boonekamp e vino Ferrari (niente a che vedere con il famoso spumante trentino), come condire l'insalata (con l'olio Dante), come guarnire i piatti (con la maionese Vegè), come preparare il brodo (con i dadi Knorr, Lombardi e Krone, ché la carne, allora, si vedeva in tavola sì e no la domenica), che cosa usare dopo i pasti (dentifricio Binaca), come confezionarsi i vestiti (con le macchine per cucire Necchi e Singer), come fare il bucato (con il sapone Sole), come pulire i vetri (con il Vetril), come lucidare i pavimenti (con la cera Solex), quali tessuti scegliere (nylon e terital Rhodiatoce), che cosa indossare (abiti Lubiam, calze Malerba, biancheria Imec), che cosa leggere (il Corriere dei Piccoli, l'enciclopedia Conoscere dei Fratelli Fabbri, i romanzi economici serie Angelica della Garzanti), quale benzina mettere nel serbatoio delle prime Fiat 600 (Supercortemaggiore), come curare le lombalgie (con la Vegetallumina) e persino come uccidere le mosche (con il Neocid Geigy).

Adesso che ha superato i 90 anni, la legge del contrappasso ha trasformato Piffarerio nell'esatto opposto dell' Homo consumens descritto dal sociologo Zygmunt Bauman, i cui bisogni non devono esaurirsi mai, pena la stagnazione economica. Vive modestamente in 80 metri quadrati in una traversa di via Padova, la zona più multietnica di Milano; non conosce lussi, a parte la colazione con cappuccino e brioche che ogni mattina si concede al bar ma più che altro come pretesto per uscire dall'appartamento rimasto troppo vuoto dopo la morte della moglie Anna Susca; consuma unicamente i pasti frugali che «una signora molto buona» va a preparargli la mattina e poi gli mette nel frigorifero per essere riscaldati sul fornello a mezzodì e alla sera; tiene sul ripiano della credenza soltanto una selva di medicinali e il pacco del cotone idrofilo che serve alla samaritana per disinfettarlo con l'alcol prima delle iniezioni quotidiane; si accontenta della lampadina da 60 watt che proietta il suo fievole cono di luce sul tavolo di cucina; indossa un golf sopra la maglia di lana invece degli eleganti doppiopetto che i Bianchi, padroni della Lubiam, gli facevano confezionare all'istante su misura in segno di gratitudine quando andava da loro a Mantova a mostrargli in anteprima i filmati pubblicitari aventi per testimonial Riccardo Paladini, il primo speaker del telegiornale della Rai diretto da Vittorio Veltroni (padre del Walter oggi in corsa per il Quirinale).

Soprattutto a Piffarerio non frega più una beata mazza della Tv: «Se guardo Porta a porta di Bruno Vespa? Chi è Bruno Vespa? Ballarò di Massimo Giannini? Chi è Massimo Giannini?». Non sta celiando. «Al massimo mi scappa di vedere qualche rara volta il Tg1. Per il resto seguo solo Rai 5. Lì trovo sempre qualche bel concerto di musica classica. Adesso stanno dando anche le commedie di Eduardo De Filippo». Eppure ci fu un tempo, dal 1953 sino alla fine degli anni Novanta, in cui il milanese Piffarerio contribuì a fare la storia della televisione insieme con i fratelli Gino e Roberto Gavioli, suoi compagni d'avventura nella Gamma film, nata in uno scantinato di via Dolomiti, a Milano, e in breve tempo divenuta talmente importante da suscitare l'interesse del produttore cinematografico Carlo Ponti, marito di Sophia Loren. La fortuna dell'eclettico trio cominciò alle ore 20.50 del 3 febbraio 1957, quando sull'unico canale della Rai in bianco e nero apparve per la prima volta la sigla di Carosello, e finì il giorno di Capodanno del 1977, quando andò in onda l'ultima puntata. Il leggendario siparietto frapposto tra il telegiornale della sera e l'inizio dei programmi comprendeva quattro storie pubblicitarie della lunghezza tassativa di 2 minuti e 15 secondi ciascuna e finiva con una voce femminile che elencava le aziende partecipanti, dando appuntamento alle serate successive.

Figlio di un artigiano argentiere e di una sarta, Piffarerio conobbe Gino Gavioli all'Accademia di Brera, dove entrambi si diplomarono. «Io poi m'iscrissi per un biennio al Politecnico, pensavo di diventare architetto». Invece fu catturato dal fumetto, che gli diede subito di che mangiare. Suo il personaggio di Capitan Falco, inventato durante il fascismo; sua la serie di album dedicati al popolare calciatore Giuseppe Meazza («ma ebbero più successo quelli ispirati agli sketch di Ridolini, al secolo Larry Semon: ne pubblicai 32»); sua la mano nei fumetti di Alan Ford dopo l'abbandono di Magnus (alias Roberto Raviola); suoi gli albi di Maschera Nera, El Gringo, Atomik, Milord; sue le storie di Joseph Fouché ambientate ai tempi della rivoluzione francese e ispirate agli sceneggiati tv I giacobini e I grandi camaleonti di Edmo Fenoglio; suoi I promessi sposi e Le avventure di Ulisse sul Giornalino delle Paoline; sue molte delle tavole nei 17 volumi della Storia d'Italia a fumetti scritta da Enzo Biagi. Piffarerio è stato il direttore tecnico di quasi tutti gli short prodotti dalla Gamma film, cortometraggi che fondevano cinema d'animazione, interpretazioni di celebri attori, rime baciate e slogan fantasiosi e che restano impressi nella memoria collettiva di almeno due generazioni d'italiani.

«Quaggiù nel Montana fra mandrie e cowboy / c'è sempre qualcuno di troppo fra noi».

«“Griiingooo! Sarà mezzogiorno, mezzogiorno di cuoco...”. L'idea ci venne sull'onda del successo della canzone Ringo, cantata da Adriano Celentano. Arruolammo Roberto Tobino, un disoccupato che bighellonava nei nostri studi in attesa di qualche particina. Il colpo di genio fu infilargli le scatolette di carne al posto delle pallottole nella cartucciera che portava sotto il poncho».

«Mi pingo, mi pungo, / mannaggia la rima con Gringo».

«Le rime erano la specialità di Alfredo Danti, giornalista Rai che andava in onda nel Gazzettino padano. Prestava anche la voce fuori campo».

Mi ricordo Tacabanda.

«Le figure di Andrea e della sua spalla Oracolo, i cantastorie dei caroselli Doria, furono suggerite a Gavioli dalla visione di uno strano tizio che ad Amburgo suonava per strada, da solo, una quantità inverosimile di strumenti musicali».

E Sorbolik.

«Dialogava con Gino Cervi nei caroselli della Vecchia Romagna. Ho perso il conto di quanti ne girammo per la Buton di Bologna, inclusi quelli in cui, sull'onda del successo dei film di don Camillo, tirammo dentro anche Fernandel».

Glielo dico io: ben 269 per l'«Etichetta nera, il brandy che crea un'atmosfera», 121 per il Rosso antico, 59 per il Petrus.

«I bambini fermavano Cervi per strada e gli chiedevano come mai non fosse accompagnato da Sorbolik».

Poi c'era il vigile siciliano Concilia. Alle prese con il troglodita veneto Foresto, che non conosceva il codice della strada: «Par mi tuto fa brodo». Un terrone più evoluto del polentone.

«“Non è vero che tutto fa brodo, è Lombardi il vero buon brodo”. Lo slogan per il dado ci fu suggerito dallo scrittore Marcello Marchesi, dopo che aveva litigato in una trattoria di Firenze con un cameriere che voleva rifilargli una brodaglia salatissima. Pochi sanno che le voci del ritornello erano di Alighiero Noschese e di Virgilio Savona del Quartetto Cetra. A un certo punto nelle città italiane i vigili non usarono più la formula “concilia?”, al momento di affibbiare una multa, per paura d'essere presi in giro dagli automobilisti».

Come s'era diviso i compiti con Gino Gavioli?

«L'idea del personaggio veniva a lui. Buttava giù uno schizzo di quello che aveva in testa e lo affidava a me. A quel punto io ideavo lo story board, cioè la trama e la sequenza di bozzetti che avrebbero formato quello che oggi viene chiamato spot. A quei tempi la legge vietava la presenza della pubblicità all'interno dei programmi. Per questo la Rai inventò Carosello. Che aveva regole draconiane: una scenetta di 1 minuto e 45 secondi, rigidamente distinta dal cosiddetto codino, i 30 secondi finali in cui venivano decantate le qualità del prodotto».

Servono migliaia di disegni per un cartone animato di 105 secondi.

«Potevo contare su una pattuglia di animatori. Il più bravo si chiamava Giovanni Ferrari. Ci fu portato via dalla Walt Disney ed emigrò negli Stati Uniti».

Ai pupazzi subentrarono gli attori.

«I secondi spesso interagivano con i primi. Carlo Campanini assunse le sembianze di Gustavino Buttalacqua nelle réclame del vino marchigiano Ferrari».

Quello dell'«Adalgisa che non sbaglia brisa». E invece si sbagliava, perché anni dopo, nel 1967, si scoprì che veniva fatto con zucchero, datteri, acetato di piombo e banane marce.

«Brutta storia, che addolorò molto Campanini, seguace di padre Pio. Eravamo rimasti tutti fermi al ritornello “Bevevano i nostri padri, in quantità, / e noi che figli siamo, Ferrari beviamo, / il vino genuino, di classe e qualità”».

Che altri attori ricorda dei caroselli?

«Brigitte Bardot, la “natura bionda” del Crodino nel 1972. Tre anni dopo, per lanciare la Fanta, “l'aranciata d'arancia”, girammo alcune scene in spiaggia in cui comparivano la ballerina Oriella Dorella e la pornostar Ilona Staller».

E la Rai non ve le censurò?

«Non era ancora diventata famosa come Cicciolina. L'unico carosello che ci venne respinto fu uno con Caio Gregorio per la Rhodiatoce».

«Caio Gregorio er guardiano der pretorio»? Non posso crederci.

«Giuro. Nel racconto animato avevo inserito la frase “2.000 anni prima di Cristo”. La concessionaria Sacis ce lo restituì dicendo che la parola “Cristo” non si poteva pronunciare. Dovetti rifare la colonna sonora con “4.000 anni fa”».

Perché morì Carosello ?

«Non morì: fu chiuso. Per spandere la pubblicità dappertutto, immagino».

Che cosa pensa dell'insulso Carosello Reloaded , in onda su Rai 1?

«Aver perso un po' di diottrie aiuta. Mi pare un'idea superficiale. Nel nostro piccolo, noi abbiamo fatto un pezzetto di storia d'Italia. Non c'è più il Carosello che mandava a letto i bambini, adesso stanno in piedi fino a mezzanotte. Non c'è più niente. C'è solo l'invasione. Con il Wc net all'ora di pranzo».

Gli spot odierni non le piacciono.

«Sono tutti uguali. Si dimenticano in fretta. I nostri erano memorabili. Dopo mezzo secolo si ricordano ancora».

La pubblicità rimane l'anima del commercio?

«Fino a un certo punto. Non credo che oggidì uno spot visto il lunedì faccia vendere molte auto il martedì. O il sabato».

Lei è l'antitesi del consumatore.

«Con 1.200 euro di pensione, frutto della reversibilità della mia povera moglie che ne pigliava 1.800, non è che potrei cambiare l'auto. Comunque mi hanno tolto la patente per via della vista».

Non s'è arricchito con Carosello ?

«Per niente. Avevo un ottimo stipendio, questo sì. Ma l'ho dilapidato in viaggi con la mia Anita: Cina, Russia, Brasile, Stati Uniti, Messico, India. Se oggi mi resta qualcosina da parte, è solo perché fino a pochi anni fa ho disegnato storie a fumetti come un dannato. Carosello mi ha lasciato in eredità solo l'assegno mensile di 240 euro dell'ex Enpals».

Chi è il più abile venditore che ha conosciuto in vita sua?

«Mike Bongiorno».

Il padre putativo di Matteo Renzi.

«Non mi dispiace come premier. Però gli rivolgo l'esortazione del carosello Recoaro: cala cala cala, Trinchetto».

Lei per chi vota?

«Votavo socialista, come mio padre. Mi piaceva la Milano da bere di Bettino Craxi e Paolo Pillitteri. Certo più di quella odierna».

E non ha nostalgia della Milano di quand'era bambino?

«Faccio fatica ad averne. Ero sempre chiuso in casa con mia madre. Mi faceva dormire legato al materasso con le cinture di sicurezza. Una volta, avrò avuto 5 anni, il divano letto si chiuse di scatto e io rimasi intrappolato dentro fino al mattino. Quando i miei lo riaprirono, mio padre urlò: “L'è mort!”. Invece continuavo a ronfare beato, pressato fra le doghe».

Comprava la roba che reclamizzava?

«La carne Montana me la regalavano».

Ma di suo l'avrebbe comprata?

«Non credo proprio».

(732. Continua)

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it