Stop alla tolleranza con i violenti in aula

di Stefano ZecchiF orse non tutti sanno che le lezioni in un'università statale sono aperte la pubblico. Gli esami hanno il diritto di sostenerli chi ha pagato le tasse, ma chiunque ha la possibilità di entrare in un'aula per ascoltare il professore. È una bella e antica disposizione liberale, pensata per far partecipare una comunità all'attività culturale che si svolge nell'università. Dunque, il professore non chiude alle sue spalle la porta della propria aula sapendo chi sono i propri uditori: là dentro ha il diritto di entrarci chiunque, e l'ordine è dato essenzialmente dall'educazione, dal senso civico e dal rispetto dell'Istituzione e del docente, che è un pubblico ufficiale nell'esercizio della sua funzione. Capisco gli accorati appelli alla libertà d'insegnamento ora che il professor Panebianco viene contestato durante la sua lezione, ma sono patetici, come pensare di spegnere un incendio con il secchiello da spiaggia di un bambino. Dal Sessantotto, l'università è il luogo dello scontro politico giovanile, prevalentemente violento. Sullo stesso Corriere di ieri, che dà in prima pagina la notizia della contestazione a Panebianco, girando a pagina 9 dell'inserto milanese, si legge un gigantesco articolo sulle aggressioni tra fazioni studentesche accadute all'università statale di Milano. Sono violenze tra studenti; quegli stessi studenti hanno la mentalità, la convinzione politica con cui domani legittimano non solo la contestazione ma anche i soprusi nei confronti dei docenti. Quella mentalità, quella convinzione politica vanno stroncate senza esitazione appena si manifestano, mentre da decenni prosperano più o meno felici nelle università grazie a tolleranze, a compromessi di chi governa l'istituzione e di chi ci insegna, perché si pensa paternalisticamente che si ha a che fare con giovani che vanno compresi, magari esuberanti ed eccessivi, ma con i quali non ha senso usare il pugno di ferro. In realtà sono pericolosi nemici della democrazia o, più semplicemente, di un'educata convivenza civile, con cui troppe volte hanno flirtato docenti condiscendenti, pronti con la penna in mano a sottoscrivere i loro documenti di denuncia dei soprusi perpetrati dall'ignobile stato borghese. Sono stato professore all'università di Padova negli anni Settanta. Me ne sono successe di tutti i colori; rettore, preside, colleghi mi dicevano di pazientare, di tollerare, finché ho avuto così tanta paura da rivolgermi al mitico magistrato Pietro Calogero, quello che il 7 aprile del '79 mise in galera Toni Negri con tutti i leader di Autonomia operaia. Feci lezione per un paio di anni protetto dalla Digos; non mi successe più niente e incontrai grande rispetto da parte di quegli studenti che davvero volevano studiare. Anche all'università di Milano mi capitò di essere duramente contestato «per colpa» di due articoli scritti su il Giornale. Ma allora non persi un minuto di tempo: denuncia; protezione delle forze dell'ordine; studenti che volevano studiare felici della situazione sotto controllo. Beato il Panebianco che può dire: «Una cosa del genere non mi era mai successa in trent'anni d'insegnamento»; ma per favore non faccia l'anima bella con il coro di ministri e presidenti dichiarando: «Stavolta siamo andati oltre. Quei toni per aver scritto un articolo... Ora basta. Passo alla denuncia». Finalmente ci si sveglia: non esiste la misura della tolleranza che viene superata; ci sia piuttosto la convinzione culturale che il minimo gesto violento contro l'Istituzione e chi in essa ci lavora deve essere represso subito senza ipocrisie paternalistiche o connivenze, magari in ossequio al politicamente corretto.