La strage dei qualunquisti tra jihad e femminicidi

C'è la guerra del terrore, la guerra nelle famiglie e la guerra dei distinguo. Le prime due fanno vittime vere, di carne e sangue. La terza ci risparmia il dolore, ma a restare sul terreno è il buon senso. Il parallelo tra femminicidi e terrorismo jihadista, sdoganato ora anche dal Papa, è in realtà da tempo una costante dei commenti da bar o social network e ora approda pure sui giornali.

Ogni volta che un uomo uccide una donna, specie se con modalità crudeli, si risveglia un fronte di commentatori pronto a rammentarci come in casa nostra sia presente una violenza in tutto e per tutto, secondo loro, paragonabile a quella dell'Isis. Questo fronte si fa forte di statistiche agghiaccianti sui femminicidi che parlano di 74 donne uccise nel primo semestre del 2016 e, su questo si può convenire, consola poco il fatto che il dato sia in netto calo rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Cifre che andrebbero scandagliate meglio, non per negare il fenomeno ma per cercare di averne un quadro obiettivo: sommano aritmeticamente delitti parimenti orrendi, e certo per chi perde una madre o una sorella poco conta che la molla sia il credo religioso, il sessismo o l'incapacità di gestire i propri sentimenti, ma anche delitti spesso molto diversi.

È capitato ad esempio di veder includere negli elenchi di femminicidi la storia di una mamma e di una figlia uccise dal marito, trascurando il fatto che l'uomo in questione aveva sterminato l'intera famiglia, compreso il figlio maschio. È tutto uguale, non c'è differenza? Chi osserva dall'esterno dovrebbe restare lucido, se davvero vuole capire i due fenomeni. E invece, gli stessi commentatori che fanno fioccare i distinguo sul terrorismo islamico, diventano improvvisamente di bocca buona quando si tratta di uomini che odiano le donne. Se un giovane franco tunisino macella una folla pacifica sul lungomare di Nizza, questi «analisti» seguono un copione ormai fisso fatto di cavillosi distinguo: prima si tira fuori la cartella clinica, perché probabilmente è un pazzo. Se poi salta fuori che urlava Allahu Akbar e aveva programmato la strage nei dettagli, si precisa che in realtà era nato in Occidente, era uno di noi, l'Isis non c'entra niente. Se infine salta fuori che aveva una rete di complici e precisi ordini di morte, allora scatta l'esame di Corano: mica lo conosceva così bene, beveva pure alcol. Se invece un uomo uccide la moglie, la sorella o la figlia c'è poco da distinguere: tanto c'è una nuova voce del vocabolario creata apposta: è femminicidio. E improvvisamente anche la cartella clinico-psichiatrica non conta più.

Che la religione abbia giustificato e istigato la violenza non è novità recente e non sorprende certo che il capo della più grande chiesa del mondo non ci tenga a sottolineare il nesso fede-sangue. Che a negarlo sia chi da sempre crede che la religione sia l'oppio dei popoli svela una partigianeria mentale che si rivela in tutta la sua flagranza quando poi si aggiunge che la violenza maschile è figlia della cultura cattolica. È una forma di sfruttamento delle donne a fini di polemica politica. Anche questo è cavalcare le paure, ma i populisti sono sempre gli altri.