"Su massoneria e De Bortoli il Corriere sbaglia"

Intervista a Urbano Cairo, editore di La7: "Un direttore dimissionario è controproducente. E quelle illazioni su Renzi..."

Urbano Cairo, proprietario di La7, socio di Rcs, editore di periodici e presidente del Torino calcio è un pagatore sistematicamente ritardatario, un imprenditore Mani di forbice o il principale responsabile dell'overdose di talk show che affolla le nostre serate? Glielo abbiamo chiesto incontrandolo nella sede della Cairo editore a Milano.

Da zero a dieci che voto si dà come editore televisivo?

«Lo faccio da un anno e mezzo. Il giudizio è positivo. Abbiamo preso un'azienda tecnicamente fallita, azzerato le perdite e mantenuto tutti i conduttori più importanti di La7 in un momento difficile del mercato pubblicitario. Finora abbiamo giocato il primo tempo. Il secondo è immaginare una rete che, conservando la sua caratterizzazione, si apra a nuovi innesti».

Come editore di periodici e socio di Rcs che bilancio fa?

«Sono socio di Rcs per un investimento di tipo finanziario: non posso darmi un voto. 15 anni fa abbiamo rilevato la Giorgio Mondadori che perdeva 10 miliardi su 50 di fatturato e abbiamo lanciato due mensili, due quindicinali e sette settimanali, segmento nel quale ora possediamo il 23 per cento. Con un milione 800mila copie a settimana siamo l'editore che vende di più in edicola, l'unica azienda di grandi dimensioni che guadagna».

E come presidente di calcio?

«Anche nel calcio competo con aziende che hanno fatturati molto più elevati del mio. Lo scorso anno ci siamo classificati al settimo posto entrando in Europa League, un traguardo che sfuggiva da 20 anni. Abbiamo una squadra di giocatori giovani e di proprietà, ma dobbiamo migliorare perché la competizione è accesa».

Ha visto Juventus-Roma?

«Una partita particolare, non alimentiamo polemiche».

Se ne discute in Parlamento...

«Con tutto il rispetto che ho per il mondo del calcio, penso che il Parlamento si debba occupare di cose più importanti. Soprattutto visto il momento».

È pentito di aver preso Floris?

«Ne sono felice. Giovanni Floris è brillante giornalista, conduttore, uomo di televisione che sono sicuro farà benissimo, come sta già dimostrando alla conduzione di Otto e mezzo temporaneamente al posto di Lilli Gruber e con diMartedì , un programma di qualità, che sta guadagnando consensi strada facendo».

La striscia quotidiana doveva essere il trampolino della prima serata invece è piombo per l'audience.

« DiciannovEquaranta ha avuto due settimane di messa in onda. Costruire un'abitudine televisiva in una fascia di ascolto nuova è impegno di lungo periodo».

Quando tornerà Lilli Gruber, Floris riprenderà diciannovEquaranta : con qualche rivisitazione?

«Sono contento che Lilli Gruber, alla quale faccio in bocca al lupo per la convalescenza, tornerà entro fine mese. Su diciannovEquaranta stiamo ragionando per vedere le sue possibili evoluzioni. Voglio consentire a Floris di esprimersi non solo con diMartedì ».

Il «rigetto» di questi programmi è anche colpa di una rete «all talk»?

«Direi di no. Otto e mezzo e Omnibus esistono da molto tempo. La7 ha nel suo dna gli approfondimenti sia al mattino che in primetime. Arrivando ho voluto preservare il suo codice genetico. Il 10 per cento di telespettatori complessivi che in una serata si sintonizza sui talk è una fetta di pubblico significativa e di alto target. Senza parlar male di nessuno, Canale 5 non fa talk show, eppure nel mese di settembre tra le 21 e le 24 ha perso tre punti di share».

Il calo degli ascolti vi costringe a ridurre i prezzi degli spot?

«I listini contano fino a un certo punto. Quello che interessa alle aziende è quanto pagano il costo per contatto».

Ma se i contatti sono meno...

«Pagheranno i contatti avuti».

E per voi sarà un minor introito.

«Non credo. Il primo semestre 2014 è stato in linea con l'anno precedente e riteniamo di fare bene anche nel secondo. Non è corretto parlare di riduzione dei prezzi degli spot sulla base di due o tre puntate di un programma».

In questa situazione non è troppo ottimistico ipotizzare la nascita di un secondo canale tv?

«Abbiamo comprato un nuovo multiplex pagando con puntualità 31,6 milioni allo Stato grazie ai quali è stato ribassato il canone che devono versare Rai e Mediaset (mi aspetto una cassa di champagne da Berlusconi e da Gubitosi). Ora abbiamo uno spazio di 5 o 6 canali tematici oltre a La7 e La7d che possiamo affittare a terzi o lanciare noi. Dipenderà dalla nostra fantasia saper arricchire con nuovi contenuti la proposta editoriale delle nostre reti».

È solo cattiva stampa la nomea di Urbano Cairo mani di forbice e pagatore sistematicamente ritardatario?

«Partiamo dal calcio. Una tabella pubblicata dalla Gazzetta dello Sport mostra che il Torino è tra le prime tre squadre con meno debiti verso i fornitori. Queste abitudini valgono anche per la Cairo editore. E anche per La7, dove in questo anno e mezzo abbiamo voluto capire le ragioni di costi che portavano a una perdita annua secca di 100 milioni con conseguente rischio di fallimento. A questo punto abbiamo rinegoziato nuove condizioni per il futuro. Oggi rimangono solo piccolissimi arretrati, fisiologici per un'azienda di queste dimensioni».

Avete goduto di una dote di 88 milioni lasciata da Telecom...

«Siccome per dieci anni La7 ha perso cento milioni, la precedente gestione ha deciso questo contributo una tantum per coprire perdite future. In un momento in cui falliscono numerose aziende al giorno, aver azzerato le perdite ci ha consentito di preservare 415 posti di lavoro».

Come ha interpretato la critica di De Bortoli al governo Renzi?

«De Bortoli è il direttore del Corriere della Sera e ha competenze economiche. La sua critica è più che legittima. Mi ha convinto meno il passaggio sul patto del Nazareno tirando in ballo la massoneria. Quando tocchi un argomento così, o documenti ciò che dici perché hai delle evidenze, oppure fai illazioni al limite della calunnia».

Non ritiene inusuale mantenere così a lungo un direttore dimissionario?

«Sì, è inusuale. E può non essere positivo per il giornale. De Bortoli è un grande professionista. Ma, in un momento difficile per la carta stampata, allungare i tempi di un direttore uscente è controproducente perché non può avere la motivazione di un direttore saldamente in sella».

Come si trova nella stanza dei bottoni dei poteri forti?

«Non mi considero un potere forte. Sono un editore appassionato che lascia ampia libertà ai suoi giornalisti e conduttori».

Che cosa pensa della ventilata discesa in campo di Della Valle?

«Non mi risulta. Ma fare l'imprenditore è molto diverso da fare il politico».

 

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depil

Mer, 08/10/2014 - 10:28

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