Su Napoli scatta la faida tra i capicorrente nazionali

Torna in scena Bassolino e il Pd si divide tra chi vuole mollare lo Sceriffo e chi ancora lo protegge

Campania, la Libia del Pd, tribù e fazioni nemiche in guerra tra loro. Se si arrotolano i fili all'ombra del Vesuvio si arriva sempre al Pd nazionale (anche se Renzi preferirebbe mantenere la distanza dai territori problematici), con i capicorrente e i big a cui fanno riferimento, a loro volta, i capitribù campani. Che sono due: Vincenzo De Luca e, redivivo più che mai e deciso a (ri)candidarsi a Napoli, Antonio Bassolino. Ma non si muovono certo in autonomia dai vertici nazionali del partito. Lo sceriffo salernitano De Luca è protetto da Luca Lotti, il sottosegretario e gran regista del partito, che ha difeso la sua candidatura anche quando Renzi era perplesso. Dietro Bassolino invece va cercata l'area della sinistra riformista del Pd, quella che fa capo all'ex capogruppo Roberto Speranza, lucano, influente anche nella vicina Basilicata. Ma «o'Re», com'era chiamato Bassolino ai tempi d'oro, è appoggiato anche dai cosiddetti «giovani turchi», corrente Pd cui appartiene il presidente del partito Matteo Orfini (già indaffarato fino al collo con i problemi del Pd a Roma). Le due aree sono rappresentate in Campania rispettivamente dai bassoliniani Andrea Cozzolino e dall'europarlamentare napoletano Massimo Paolucci, vicepresidente della delegazione Pd al Parlamento europeo.Ma non è finita qui, la mappa degli equilibri piddini in Campania è ancora più intricata, e questo spiega perché il caso De Luca è - e sarà - molto difficile da sbrogliare. Anche un ferrarese naturalizzato romano come il ministro Dario Franceschini è finito col diventare un riferimento dentro il partito in Campania. La sua corrente AreaDem è rappresentata da Assunta Tartaglione, deputata campana e segretario regionale del Pd, e dal capogruppo regionale Mario Casillo.I franceschiniani, almeno fino allo scoppio del De Luca-gate, erano catalogati tra le truppe in sostegno del governatore, l'uomo forte del partito in regione, di fatto esponente della maggioranza renziana. E sempre «deluchiana» è considerata la sottocorrente legata ai Pittella, una famiglia che conta parecchio al Sud, composta da Gianni Pittella capogruppo al parlamento Ue e dal fratello Marcello Pittella, presidente Pd della Regione Basilicata. Ma con De Luca è annoverato anche il migliorista (leggi: Giorgio Napolitano) Umberto Ranieri. Fuori dalle due macrofazioni, con un piccolo ruolo autonomo in quanto presidente dell'Antimafia, c'è Rosy Bindi, acerrima nemica (ricambiata) del governatore, con la bindiana campana Luisa Bossa, deputata ex sindaco di Ercolano. Gli insider segnalano anche le avvisaglie di una correntina legata a Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd (che si dice abbia mollato De Luca, a differenza di Lotti). Insomma, la Campania come una zona di guerra per bande per il Pd, pronta ad esplodere col bubbone giudiziario su De Luca.Con le elezioni a Napoli alle porte, e i sondaggi come quello di Ipr Marketing che danno il Pd fuori dall'eventuale ballottaggio, la regione guidata da De Luca diventa una polveriera. E ad aggiungere altra dinamite si intreccia l'asse di governo Verdini-Lotti. Perché proprio in Campania, regione che esprime il 90% del partito dell'ex coordinatore azzurro, l'alleanza col Pd ha trovato una traduzione nel potere locale, con qualche poltrona di peso. Due presidenze di commissioni regionali, tra cui quella importante degli Affari istituzionali, affidata al consigliere Alfonso Piscitelli, fedelissimo del senatore verdiniano Enzo D'Anna. Se salta De Luca, saltano anche loro: l'Ala del governo Renzi.