Suicida un colonnello, giallo sul processo Scajola

L'ufficiale Gdf depresso perché demansionato. Ombre sulle indagini, i colleghi: voleva lasciare

Uno strano suicidio allunga un'ombra sulle indagini e sul processo che vede alla sbarra l'ex ministro dell'Interno Claudio Scajola con l'accusa di far parte di un Spectre affaristico-mafiosa che avrebbe protetto personaggi come l'ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena jr, condannato a cinque anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Uno degli inquirenti che avrebbe dovuto testimoniare al processo a Reggio Calabria, il colonnello Gdf Omar Pace, si è ucciso con la pistola d'ordinanza nel suo ufficio alla Dia alla vigilia della sua testimonianza. Un giallo in un processo in cui già l'accusa ha dovuto incassare molti ko.

I colleghi parlano di problemi di depressione («Aveva perso due familiari in pochi mesi, la mamma e la sorella mi pare», confida al Giornale un investigatore che aveva lavorato con lui sul caso Scajola) ma sui veri motivi del gesto la squadra mobile di Roma ha aperto un'inchiesta.

L'indagine su Scajola denominata Breakfast condotta alla Procura antimafia di Reggio Calabria fece molto scalpore: l'ex titolare al Viminale venne arrestato mentre si trovava in un albergo romano e portato a Rebibbia per un reato poco più che bagatellare, «procurata inosservanza della pena», per aver promesso un aiuto alla moglie di Matacena Chiara Rizzo, di cui Scajola confesserà di essersi invaghito. Per gli inquirenti una promessa realizzata grazie a una rete di contatti ancora tutta da scoprire in Libano e a Dubai dove Matacena «aspetta» l'accordo per la sua estradizione che Palazzo Chigi aveva predisposto ma che non è ancora stato firmato. Sta di fatto che a Scajola non è mai stato accusato di concorso esterno («ma è un'imputazione liquida che si può fare in qualsiasi momento», sostiene la Procura). Con il risultato che Scajola, oggi libero, ha di fatto già scontato di carcere preventivo gran parte della pena prevista se fosse condannato.

Pace aveva 47 anni e lascia una moglie e due figli di 6 e 8 anni. Quando lunedì scorso è arrivato in ufficio attorno alle 6.30 ha chiuso la porta della sua stanza e si è sparato. A trovare il corpo un collega di stanza un paio di ore dopo.

Ci sono anche motivi professionali dietro al suo gesto disperato? Alcuni colleghi a mezza bocca dicono di sì. Pace alla Dia si occupava delle segnalazioni sospette. Un incarico delicato, che gli consentiva di restare in prima linea e magari di distrarsi dai guai familiari. Dopo la riorganizzazione interna disposta dal direttore Nunzio Ferla gli uffici del colonnello furono spostati di reparto e lui trasferito all'Antiriciclaggio. Un incarico che Pace non aveva digerito tanto che, ricordano fonti della Dia, aveva chiesto rapporto al comando generale della Guardia di Finanza perché era tentato di dare le dimissioni. E proprio venerdì scorso, tre giorni prima che si suicidasse, in una riunione il direttore aveva riconfermato i trasferimenti.

La verità è che anche la squadra di investigatori che ha lavorato all'indagine è stata in gran parte smantellata. Durante l'ultima udienza al procuratore che ha in mano l'inchiesta Giuseppe Lombardo, è stato chiesto se fosse vero che anche lui sarebbe destinato alla Procura di Vibo Valentia. «Non so chi abbia interesse a simili notizie, non ho fatto neppure la domanda ...», la risposta piccata.