SuperMario batte l'asse del Nord sul rigore

La partita è ancora apertissima, soprattutto nella metà campo del beckettiano quantitative easing che tutti aspettano e che non arriva mai. Ma il frullato con cui ieri la Bce ha mescolato il taglio dei tassi a ingredienti meno convenzionali ha il sapore di un altro punto segnato da Mario Draghi contro i falchi dell'Eurotower. Il presidente della banca centrale può infatti ancora contare su «una maggioranza confortevole», bella locuzione che sta a significare margini sufficienti di manovra senza il timore di imboscate.

All'inizio dell'anno, questo tipo di scenario non era affatto scontato: l'ingresso nel direttivo di Ilmars Rimševics, il governatore della banca centrale lettone con stimmate teutoniche, e della tedesca Sabine Lautenschläger, vicepresidente della Bundesbank, non escludeva uno spostamento dell'asse verso politiche meno espansive, quelle che piacciono a Germania, Austria, Olanda, Finlandia e Lussemburgo. Ciò, invece, non è avvenuto nonostante i ripetuti ammonimenti del numero uno della Buba, Jens Weidmann, ad adottare un programma di acquisto di titoli, ritenuto il primo passo nella trasformazione della Bce in una «bad bank».

D'altra parte, lo statuto della banca centrale rappresenta una garanzia per mantenere il bilanciamento dei pesi all'interno del board, dove è previsto il voto capitario e non in base alle quote possedute nella Bce dalle singole banche centrali nazionali. Il «pacchetto» in mano alla Bundesbank sfiora il 18%, poi segue il 14% della Banque de France e quindi il 12,3% di Bankitalia. Da anni, i tedeschi premono, senza successo, per una modifica al regolamento che avrebbe un impatto notevole sulle decisioni prese a Francoforte. Né una revisione dello statuto è stata messa a punto per allargare, a partire dal prossimo 1° gennaio, da 18 a 19 il numero dei membri del vertice così da creare un posto al rappresentante della Lituania. Si è invece introdotto un sistema a rotazione che costringerà perfino la Buba a star fuori, ogni tanto, dall'Eurotower.

È comunque verosimile che l'opposizione manifestata ieri dalla minoranza rispetto alle misure varate sia riconducibile al timore di una rapida risalita dell'inflazione. Il che può apparire paradossale, visto che alcuni Paesi dell'Eurozona, tra cui l'Italia, sono scivolati in deflazione e che l'intera area sta flirtando con un calo generalizzato dei prezzi. Ma già nel 2012 i falchi temevano che l'attivismo di Draghi fosse il preludio a una fiammata inflazionistica. In realtà, è accaduto l'esatto contrario.

Come ha ammesso lo stesso numero uno della Bce, i contrasti maggiori riguardano l'introduzione del quantitative easing , che anche attraverso l'acquisto di titoli di Stato avvicinerebbe la banca centrale europea alla Federal Reserve Usa. «Alcuni hanno messo in chiaro che avrebbero voluto fare di più, altri volevano fare meno», ha spiegato Draghi. Le misure decise sono state una sorta di via di mezzo. I prossimi mesi, soprattutto in base all'evoluzione del quadro congiunturale (ripresa dell'economia e dell'inflazione) diranno se ciò che è stato deciso ieri può bastare. O se, per usare il bazooka del Qe, si dovrà andare allo scontro aperto all'interno della Bce.