Toh, la burocrazia ci costa più dell'evasione

Gli sprechi della Pa valgono quasi 150 miliardi contro i 110 sottratti alle imposte

Roma. Gli sprechi e le inefficienze della pubblica amministrazione costano ai cittadini quasi 150 miliardi di euro all'anno, ben più dei 110 miliardi a cui, secondo le stime, ammonterebbe l'evasione fiscale. È quanto sostiene l'Ufficio studi della Cgia di Mestre che ha cercato di aggregare tutti i dati relativi al malfunzionamento della macchina burocratica valutandone l'impatto negativo sull'economia del nostro Paese.

L'analisi si basa sugli effetti prodotti da talune criticità sul sistema-Italia. In primo luogo, il deficit logistico-infrastrutturale incide per un importo di 42 miliardi di euro l'anno. È la stima contenuta in uno studio Confcommercio-Isfort del 2015 sul maggiore valore aggiunto che genererebbe l'Italia se vantasse lo stesso indice di performance della Germania. I debiti della pa nei confronti dei fornitori, desumibili dalle ultima relazione annuale di Bankitalia, ammontano a 64 miliardi di euro dei quali 34 miliardi ascrivibili ai ritardi nei pagamenti. Il peso della burocrazia grava sulle pmi per un importo di oltre 30 miliardi di euro l'anno, cifra certificata sia da una relazione del 2013 del dipartimento Funzione pubblica che da un più recente studio del Cer del 2015. Sprechi e corruzione nella sanità pesano per 23,6 miliardi l'anno (secondo le stime dell'Ispe del 2014), mentre tanto Bankitalia quanto altre basi di dati imputano nelle lentezze della giustizia tanto penale quanto civile quanto amministrative un effetto negativo pari a circa un punto di Pil (16-17 miliardi).

Sommando questi valori relativi a diversi sottoinsiemi (che in alcuni casi potrebbero intersecarsi tra loro) si ottiene un valore lordo di circa 146,6 miliardi. Eventuali elisioni interne, però, dovrebbero comunque restituire una cifra superiore al mancato gettito determinato dall'evasione fiscale e contributiva, stimato appunto in 110 miliardi dalla Commissione per la redazione della Relazione annuale sull'economia non osservata, presieduta dall'ex ministro Enrico Giovannini.

Questa «cattiva coscienza» dello Stato nei confronti della pubblica amministrazione è testimoniata anche dai dati di bilancio. Il segretario della Cgia, Renato Mason, ha ricordato che «al netto degli interessi sul debito, nel 2017 la spesa pubblica dovrebbe attestarsi sui 773 miliardi di euro» e che «i risultati della spending review, seppur importanti, ma non ancora sufficienti» perché «a fronte di risparmi strutturali per 30,4 miliardi di euro, la spesa corrente al netto degli interessi è aumentata di 31,8 miliardi».

È in massima parte il Nord a scontare gli effetti negativi della cattiva gestione della pa, sottolinea il coordinatore dell'Ufficio studi degli artigiani mestrini, Paolo Zabeo, in quanto «avendo un'economia orientata all'export, questi territori avrebbero bisogno di contare su servizi e infrastrutture migliori per competere con maggiore successo nei mercati internazionali». La seconda, perché la propensione all'evasione fiscale del settentrione è nettamente inferiore che nel resto del Paese. In secondo luogo, il ministero dell'Economia aveva osservato come le regioni del Sud registrino livelli di intensità di evasione che sfiorano il 60%, mentre la media del Nord è del 27 per cento.

Nei rapporti tra Stato e contribuente, prosegue la Cgia, appare evidente che i dati riportati più sopra dimostrano che il soggetto maggiormente leso non è il primo, ma il secondo. «Se si recuperasse buona parte dell'evasione, la macchina pubblica funzionerebbe meglio e costerebbe meno», ha concluso Zabeo, ma questo non esime coloro che hanno responsabilità di governo dall'imperativo ormai categorico di riuscire «a tagliare sensibilmente la spesa pubblica».