Torture e minacce ai detenuti: nei guai 15 guardie carcerarie

L'inchiesta della Procura di Siena ha già portato alla sospensione di 4 agenti per il pestaggio di un tunisino

Era il terrore dei detenuti. Una vera e propria «squadraccia» di guardie carcerarie, che terrorizzava italiani e stranieri rinchiusi nel carcere di San Gimignano. Operava nell'ombra, contando sulla paura dei prigionieri, che subivano senza avere il coraggio di denunciare.

Almeno fino a qualche mese fa, quando decine di lettere sono arrivate in Procura a Siena e alle autorità del ministero, che hanno aperto un fascicolo. L'inchiesta alla fine ha sollevato il velo su un sistema radicato di abusi e violenze, portando all'identificazione di quindici guardie carcerarie, che dovranno rispondere a vario titolo di tortura, minacce, lesioni aggravate, falso ideologico commesso da un pubblico ufficiale. Per quattro di loro è scattata anche la sospensione.

A pagare il prezzo più alto è stato un tunisino, picchiato, umiliato e obbligato ad abbassarsi i pantaloni mentre veniva insultato con frasi razziste. L'uomo sarebbe stato anche minacciato dai poliziotti, che gli avrebbero imposto il silenzio. Aveva così tanta paura che si sarebbe anche rifiutato di sottoporsi alla visita medica, rinunciando a denunciare i suoi aguzzini. Eppure l'11 novembre del 2018, mentre si trovava in isolamento, era stato prelevato con la scusa di cambiare cella dalle quindici guardie, che lo hanno pestato, coprendo le telecamere per non farsi vedere.

Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha già avviato i provvedimenti amministrativi di sua competenza ma al temo stesso esprime «la massima fiducia nei confronti dell'operato e della professionalità degli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria che svolgono in maniera eticamente impeccabile il loro lavoro».

Antigone, l'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, ha invece diramato una nota per chiedere che si accerti la verità in tempi rapidi. «Nei casi di tortura - sottolinea il presidente Patrizio Gonnella - l'accertamento della verità è una corsa contro il tempo. Una corsa che deve essere facilitata dalle istituzioni. Una corsa che richiede la rottura del muro del silenzio da parte di tutti gli operatori che hanno visto gli abusi e le violenze».

Che la situazione nel carcere di San Gimignano fosse difficile era un fatto risaputo per motivi di sovraffollamento, strutturali e organizzativi. Nello scorso mese di luglio, dopo un principio di incendio domato con difficoltà anche per la carenza idrica del carcere, i sindacati degli agenti di polizia penitenziaria avevano definito la situazione «esplosiva e in balia degli eventi». E dopo quanto emerso dall'inchiesta della procura senese Andrea Marrucci e Daniela Morbis, rispettivamente sindaco di San Gimignano e assessore alle politiche sociali, chiedono l'intervento del ministro della Giustizia perché «da troppo tempo la Casa di reclusione di San Gimignano è abbandonata al suo destino, senza una direzione stabile e da mesi senza comandante e vice-comandante della Polizia penitenziaria».