Traballa il mito Trudeau. L'ultima icona liberal perde un altro ministro

Il premier sospettato di aver fatto insabbiare l'indagine del colosso immobiliare Snc-Lavalin

In politica, si sa, "c'è sempre qualcuno più puro di te che prima o poi ti epura". Un'antica certezza che in queste ore sta demolendo le basi del potere di Justin Trudeau, il primo ministro del Canada che proprio sulla pulizia morale e sulla lotta alla corruzione aveva costruito la sua precoce e travolgente ascesa. Già tre settimane fa una ministra (la metà dei titolari di dicasteri nel governo del super liberal Trudeau sono donne) aveva dato le dimissioni per uno scandalo di tangenti che coinvolge direttamente il premier, e ieri una seconda l'ha imitata, facendo seriamente traballare l'esecutivo di Ottawa. E con esso l'immagine dell'uomo che meglio rappresentava nel mondo l'ideale della sinistra "politicamente corretta".

Oggi 47enne, Justin Trudeau è un figlio d'arte. Suo padre Pierre, scomparso nel 2000, era stato primo ministro del Canada quasi ininterrottamente tra il 1968 e il 1984. Bello, fotogenico e brillante tanto da meritarsi il soprannome (forse eccessivo) di Kennedy canadese, Justin aveva preso la guida del partito liberale allora terza forza politica del Paese nordamericano nel 2013, trascinandolo due anni dopo a una clamorosa vittoria che lasciò le briciole ai conservatori, ai socialdemocratici e ai secessionisti del Quebec. Una volta assiso sul "trono" di Ottawa, il giovane Trudeau aveva avviato una svolta radicale sia in politica estera (ritirando i contingenti militari dai teatri della guerra al terrorismo islamico in Medio Oriente) che in quella interna, dove si fece un punto d'onore di applicare i dettami del più rigido «politically correct»: non solo, come si diceva, formando un governo composto per metà da donne e con una rappresentanza delle minoranze etniche calibrata "alla Cencelli", ma trasformando il già multietnico Canada nel Paese occidentale più accogliente in assoluto per rifugiati di ogni provenienza, ed ergendosi a modello alternativo a quello detestato dei vicini (ma pur sempre amici e alleati) Stati Uniti di Donald Trump.

Justin Trudeau era diventato così anche in Europa l'idolo dei progressisti chic, un politico che amava insistere sul dovere della trasparenza e predicare lui emblema del giovanilismo contro un certo vecchiume corrotto che era doveroso sradicare dal costume nazionale e non solo. Lo scandalo Snc-Lavalin è giunto dunque come il classico fulmine a ciel sereno, ed è particolarmente penoso da sopportare per i seguaci più idealisti del leader canadese. In sostanza, Trudeau è accusato di essere intervenuto di persona per far insabbiare l'indagine sul colosso immobiliare la cui sede sorge proprio nella sua circoscrizione elettorale di Montreal: Snc-Lavalin che in Canada dà lavoro a novemila persone e nel resto del mondo ad altre quarantamila avrebbe versato per un decennio (tra il 2001 e il 2011) cospicue tangenti alla Libia di Gheddafi per ottenere importanti appalti. Il quotidiano "Globe and Mail", che ha fatto scoppiare lo scandalo, parla di 47,7 milioni di dollari canadesi, equivalenti a circa 31 milioni di euro.

Trudeau nega ogni coinvolgimento, ma prima la ministra della Giustizia Jody Wilson-Raybould (che è stata la prima indiana, o meglio "nativa americana", del Canada ad arrivare al governo), poi ieri la sua collega delle Finanze Jane Philpott hanno scelto di dimettersi, dimostrando di non credergli. In ottobre in Canada si voterà e le pressioni su Trudeau affinchè si dimetta non solo da premier ma anche da leader del partito liberale sono sempre più forti. Con i conservatori di Andrew Scheer in testa nei sondaggi, la Philpott sarebbe già pronta a fare le scarpe al bel Justin.