La trattativa sul nucleare in salita e gli equilibri che cambiano sul campo di battaglia

Obama sembra anche molto irritato. il suo portavoce Josh Earnest ha laconicamente affermato che «Finora l'Iran non offre impegni tangibili» e poi ha minacciato: «In caso di mancato accordo l'Iran potrebbe ritrovarsi a subire ulteriori sanzioni più pesanti». E ancora: «Siamo pronti ad andarcene senza accordo». É un tentativo duro, che riflette l'esasperazione di chi ha puntato tutto il recupero di una politica estera fallimentare su un interlocutore che, come abbiamo scritto ieri, ha sempre fatto lo stesso prevedibile gioco da più di un decennio: avvicinarsi all'interlocure in giacca e cravatta, tirarla in lungo fingendo di essere pronti a concessionio significative, e poi tirarsi indietro avendo guadagnato altro tempo per seguitare l'arricchimento dell'uranio. Si chiama « taqiyya » ed è il diritto che concede la religione musulmano di nascondere la verità per un fine utile all'Islam. Le delegazioni si sono concesse altre 24 ore di tempo e chissà quali pressioni Obama sta facendo all'Iran, sapendo che il suo bisogno di denaro non è legato solo alle durezze subite a causa delle sanzioni, ma anche perchè il disegno imperiale degli ayatollah richiede missili per gli Hezbollah, truppe per gli iracheni, armi e uomini per lo Yemen e molto sostegno a Assad.

La sfida di Obama è rischiosa. Per dirne una, si è saputo che i rapporti fra USA e Iran hanno rischiato il disastro: un aereo iraniano per due volte ha sfiorato, volando a 45 metri di distanza, un elicottero americano nel Golfo Persico. Gli analisti dicono che l'incidente deriva da una scelta militare locale. L'odio c'è. Due settimane indietro durante i colloqui, ecco il leader supremo Khamenei che guida una manifestazione di piazza che grida «morte all'America».

La confusione creatasi intorno alle scelte di Obama è troppo grande per portare a un accordo ordinato. Mentre l'Iran si qualifica sotterraneamente come alleato nel battere l'Isis, l'Isis può vincere lo stesso; oppure, l'Iran è alleato utile, ma non presentabile; e inoltre, l'Iran come alleato genera nemici, caos e guerra. Esempi: ieri, mentre la lotta all'Isis dovrebbe dare qualche medaglia all'Iran, gli islamisti hanno occupato il campo profughi palestinese di Yarmouk, attaccato al sud di Damasco, mettendo a serio rischio il dittatore Assad. Il rais alawita, che ha sterminato duecentomila siriani, pure non era amato dai palestinesi di Yarmuk. Questo non è importato all'Isis, pure sono sunniti come i palestinesi. Il rifiuto a suo tempo di Obama di mettersi dalla parte di un'opposizione siriana decente, oggi mette l'Isis all'avanguardia contro la roccaforte di Damasco in un caos ormai incontrollabile. A Tikrit, in Iraq, invece, è in parte merito degli americani se si è quasi conclusa vittoriosamente la battaglia per riconquistare la città natale di Saddam Hussein. Il ministro dell'interno Mohammed al Ghabban ha annunciato la vittoria anche se permangono sacche di resistenza. Ma se è logico che sia l'esercito iracheno a vantarsi della lunga battaglia vittoriosa, esso è stato condotto per mano a Tikrit dalle forze iraniane, e che esse si sono scansate al momento cruciale su richiesta americana. L'alleanza Usa-Iran è una frattura per i sunniti moderati: per frenare un dominio aggressivo che ormai controlla quattro capitali rispondono con l'assalto allo Yemen e la minaccia di nuclearizzarsi. E qui, giravolta, Obama ha tentato di allearsi con l'Arabia saudita contro gli Houti sciiti. Troppa confusione mentre si aspetta la risposta iraniana.