Troppo facile, studiare significa anche faticare

di Gian Maria De Francesco

Nel mondo contemporaneo è impossibile pretendere l'esercizio mnemonico di conservare oralmente interi capolavori come accadde per l'Iliade e l'Odissea. Ciò non significa che non si possa pretendere che la scuola conservi il proprio impianto formativo originario inciso nel suo stesso nome. Scuola deriva dal latino schola che, a sua volta, proviene dalla radice indoeuropea sk- che indica il possedere, l'impossessarsi, l'avere. La scuola, perciò, è il luogo nel quale l'alunno si appropria di un bagaglio culturale, lo fa suo, lo possiede. In che tipo di apprendimento possiamo, dunque, sperare se alla prima difficoltà gli studenti possono chiamare in soccorso Google o Wikipedia? Secondo il ministro Fedeli «non si può continuare a separare» il mondo dei ragazzi da quello della scuola e, poiché nel primo la tecnologia domina incontrastata (sottoforma di chat, videogiochi e social network), anche il secondo deve adeguarvisi. Con Fedeli la scuola, perciò, si sottomette a quel «dominio della tecnica» ben teorizzato da Martin Heidegger e da Herbert Marcuse. Eppure la tecnica in se stessa non è alcunché di risolutivo. Essa è un «intendersi di qualcosa», un «risolvere problemi», un concentrarsi sulla produzione di dispositivi che contribuiscano alla risoluzione di quei problemi. La scuola, invece, è tutt'altro: è un cammino verso la conoscenza e questa è fondamentalmente un'interrogazione del mondo e delle sue cause. Più ci si abitua a delegare allo smartphone o al pc quest'esercizio, meno si sarà abituati alla fatica quotidiana della conoscenza. Convincendosi, alla fine, che tra una risposta di Google e quella di un immunologo in tema di vaccini non vi sia differenza alcuna.