Ucciso con l'autobomba: sei vicini in manette

Esponenti del clan Mancuso arrestati per la morte di Matteo Vinci e il ferimento del padre

Avevano provato con ascia e forcone a convincerli a vendere il loro terreno, ma senza successo. Così hanno pensato di risolvere la questione con un'autobomba.

Sei persone ieri sono state arrestate dai carabinieri e dal Ros di Vibo Valentia per l'attentato che il 9 aprile scorso, a Limbadi, ha ucciso Matteo Vinci, 43 anni, e ha gravemente ferito il padre Francesco, 72 anni.

In manette, su disposizione della Dda di Catanzaro, sono finiti Salvatore Mancuso e sua sorella Rosaria, 46 anni e 63 anni, appartenenti all'omonima famiglia della 'ndrangheta, il marito Domenico Di Grillo, le figlie Rosina e Lucia, 36 e 29 anni e suo marito Vito Barbara, 35 anni.

Le indagini hanno accertato che i Mancuso-Di Grillo e i sono Vinci-Scarpulla erano vicini di casa e da tempo in lite per i confini delle rispettive proprietà. Una guerra che durava da tempo. Già il 30 ottobre 2017 Francesco era stato aggredito con un forcone e un'ascia e, sotto la minaccia di una pistola, i balordi avevano cercato di fargli cedere la sua vasta proprietà terriera. Di certo i sei erano disposti a ricorrere a qualsiasi mezzo per realizzare il loro disegno criminale. «Siamo dinanzi ad un delitto efferato e con modalità brutali e mafiose, siamo dinanzi all'esternazione di un vero potere mafioso sul territorio e non ad una semplice lite fra vicini», ha spiegato il procuratore della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri.

La svolta è arrivata grazie alla testimonianza di Rosaria Scarpulla, la mamma della vittima, e alle intercettazioni telefoniche ed ambientali fra Vito Barbara e sua moglie Lucia, che parlando tra loro e facendo cenno al pestaggio del settantaduenne, dicevano che per puro caso non si era tramutato in omicidio. E a cancellare ogni dubbio, anche le armi sequestrate dai carabinieri a Domenico Di Grillo e Rosaria Mancuso all'indomani dell'omicidio.

La morte di Matteo e quell'autobomba piazzata sotto la sua auto, hanno però creato una frattura all'interno della stessa famiglia Mancuso, tanto che il boss Luigi, libero dal luglio 2012 dopo 19 anni ininterrotti di detenzione e ritenuto il numero uno della famiglia, il 14 aprile era andato a trovare Rosaria Scarpulla, dissociandosi dai nipoti.

«Sono stati arrestati non i presunti colpevoli ma quelli reali. Io li ho visti, li ho indicati, ho fatto nomi e cognomi», ha detto Rosaria Scarpulla, che ieri finalmente nel Centro Grandi Ustionati di Palermo ha riabbracciato il marito, che non vedeva dal giorno dell'attentato e ha potuto piangere il figlio.

Commenti

venco

Mar, 26/06/2018 - 14:13

E questi 6 che non escano vivi dalla galera.