Ue e gialloverdi, le escalation parallele

Due escalation speculari e curiosamente in sincrono sono difficilmente frutto del caso. Anzi, è altamente probabile che la prima abbia generato - e persino legittimato - la seconda. Questo, almeno, raccontano gli eventi degli ultimi giorni.

Le tensioni e le incomprensioni reciproche tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno infatti superato il livello di guardia. Ormai non si tratta più di piccoli screzi o contrasti incidentali dovuti a linee politiche diverse su temi specifici. Il conflitto è diventato permanente e personale, la guerra costante e quotidiana. Basta un pretesto e via, si dà fuoco alle polveri. Un braccio di ferro che è tutto elettorale e che difficilmente è destinato ad addolcirsi di qui al prossimo 26 maggio. Anzi. In quest'ultima settimana i sondaggi stanno premiando la linea più barricadera del M5s che, dopo mesi e mesi in picchiata di consensi, sta finalmente iniziando a recuperare qualche decimale di punto. Niente di che, ci mancherebbe. Ma almeno - è il ragionamento degli strateghi della comunicazione pentastellata - il trend è cambiato e forse si riuscirà a sventare lo scenario - al momento plausibilissimo - di un M5s che alle Europee crolla sotto la quota psicologia del 20% (oltre 12 punti in meno rispetto al 32,6 delle politiche 2018).

In questo quadro di guerriglia incessante, non poteva che interrompersi la flebile tregua con l'Unione europea, siglata lo scorso dicembre con l'intesa sul deficit al 2,04 del Pil. Non è certamente un caso, infatti, che proprio i due protagonisti di quell'accordo - il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici e il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis - nelle ultime 48 ore abbiano preso a cannoneggiare l'Italia esattamente come nell'autunno dello scorso anno. Moscovici ha aperto le danze venerdì. Arrivando a Bucarest per l'Eurogruppo ha infatti detto che la crescita dell'Italia rischia di attestarsi «intorno allo zero» e quindi dopo le elezioni del 26 maggio l'Ue «valuterà eventuali richieste di misure» sui nostri conti pubblici. Ieri all'Ecofin Dombrovskis ha rincarato la dose. Il Pil dell'Italia - ha detto - potrebbe «scendere sotto lo 0,2%» e in questo caso «dovrebbero essere attivate due miliardi di clausole di salvaguardia».

Insomma, un discreto uno-due. Che forse trova la sua ragion d'essere nella sempre più evidente debolezza del nostro governo. Il conflitto permanente tra Salvini e Di Maio rimanda infatti agli osservatori esterni l'immagine di un esecutivo ormai sull'orlo del baratro. E non è un mistero che a Bruxelles siano in molti a dare per scontata una crisi di governo dopo le Europee. Palazzo Chigi e il premier Giuseppe Conte, insomma, in Europa non sono più considerati degli interlocutori. Anzi, a Bruxelles sono convinti che sia in buona parte colpa dell'esecutivo gialloverde - colpevole di non capire il contesto in cui l'Italia si muove - se le prospettive economiche del nostro Paese non fanno che peggiorare, mettendo a rischio l'intera Eurozona. E in effetti c'è un dato - fonte Bce - che racconta quanto in questo anno il governo Conte sia stato incapace di fronteggiare il dissesto: nei primi due mesi del 2019 sono fuggiti dai confini nazionali verso altri Paesi europei circa mille miliardi di euro. E altri duemila erano andati via tra settembre e dicembre. Chi investe ha ormai paura dell'Italia. E difficilmente cambierà idea assistendo allo scontro in atto tra Di Maio e Salvini, le due leadership indiscusse di questa maggioranza e di questo governo.