Le ultime parole di Gloria: "Mamma metto giù non devi sentirmi morire"

Il racconto choc della madre della vittima: "Al telefono mi ha detto addio, poi solo silenzio"

V entidue minuti possono essere lunghissimi. A volte possono durare quanto una vita, anzi due. Morte compresa.

Quella morte che Emanuela Disarò, mamma di Gloria Trevisan, la ventiseienne di Camposampiero in provincia di Padova emigrata a Londra e soffocata e bruciata nell'incendio della Greenfell Tower nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2017, ha vissuto in diretta telefonica con la figlia. Ventidue minuti di paura e speranza e poi una paura più grande e poi la fine. Che Gloria ha voluto risparmiare alla mamma lontana mille chilometri, mettendo giù quando la morte aveva ormai fatto irruzione in quell'appartamento al ventitreesimo piano del grattacielo allagato dal fumo e dalle fiamme. «Mamma, sto morendo ma non voglio che tu mi senta urlare. Voglio solo stare con Marco, svenire e non sentire nulla». Clic.

La telefonata che nessuna mamma vorrebbe mai ricevere - e sì che i genitori di figli lontani si lamentano sempre: «Non ci chiami mai!» - arrivò alle 3,45 di notte quel 14 giugno dello scorso anno, è durata ventidue minuti ed è stata raccontata parola per parola, lacrima per lacrima, da Emanuela, che ha scritto una lettera alla commissione di inchiesta che indaga sul rogo che incenerì come un ramo secco l'alto e brutto palazzo piantato nel cuore di Londra, nel quartiere di North Kensington. In quel lugubre falansterio nato bianco e finito nero, trovavano posto centoventi appartamenti, sei per piano, tutti affacciati su un piccolo pianerottolo con un'unica rampa di scale. In uno di questi, al penultimo dei ventiquattro piani, abitavano da qualche mese Gloria Trevisan, architetto di 26 anni a cui in Italia, malgrado la fresca laurea con 110, offrivano solo lavoretti pagati meno che in un call center in Albania; e il fidanzato e collega Marco Gottardi di un anno più vecchio. Entrambi «expat» per necessità, ebbri delle possibilità offerte dalla capitale britannica e dei suoi stipendi giusti, ma con un pezzo di cuore rimasto in Italia. L'unica parte di loro a non essere bruciata viva.

La lettera di Emanuela che ricostruisce quella telefonata inumana è stata letta in aula, e ha provocato brividi. La telefonata inizia con un tono quasi asciutto, cronachistico: «Mamma, sta accadendo qualcosa». Poi le cose precipitano, perché a quel qualcosa che era accaduto non c'è rimedio, nemmeno mamma - che ci pensa sempre lei - può provvedere. «Mi sono resa conto a un certo punto che non c'era più speranza. Gloria mi ha detto mi sto buttando dalla finestra, ti giuro che il fuoco è qui, è nel salotto, il fuoco è ovunque, stiamo solo aspettando. E poi: Non posso credere che tutto finisca così».

Tutto sta invece esattamente finendo così. A un certo punto Gloria rivela alla madre che il fuoco sta entrando dalla finestra, e che lei vuole interrompere quella chiamata. «Ho detto: No, non voglio. Passami Marco. E Gloria ha detto: Marco è al telefono con suo padre». Due struggenti e differenti e contemporanei addii. «Io - continua Emanuela - le ho detto che mi sentivo impotente, lei ha continuato a dire che non riusciva a respirare. Voleva piantarla là, non voleva che sentissi le sue grida. Ha detto che voleva solo svenire e che così non avrebbe sentito nulla e poi ha concluso: Voglio solo stare con Marco adesso».

Quando in precedenza, in altre telefonate, ancora tutto sembrava sotto controllo, Gloria e Marco avevano provato a fuggire attraverso il tetto della torre, ma erano stati bloccati da un maledetto cancello chiuso. La mamma aveva comunque chiesto alla figlia, «estremamente spaventata, davvero terrorizzata», di portare con sé i documenti in modo da poter essere identificata più facilmente.

Il padre di Gloria, Loris, mentre la moglie è al telefono con la ragazza segue inorridito le immagini dell'incendio dallo schermo della tv. E quando su Sky News vede per la prima volte la torre diventare torcia sapendo che sua figlia è sullo stoppino di quell'inferno verticale, pensa al suicidio. Poi non lo farà, ma in qualche modo non ce n'è bisogno. «La mia vita si è fermata lì. Non vivo più».

Nel rogo della Greenfell Tower morirono 71 persone, tra le quali si è soliti contare anche un bambino mai nato, che era nella pancia della mamma salvatasi per un soffio. Una non-vita che equivale a un'altra morte.