Ultrà come i clan malavitosi. Minacce al tifoso scarcerato

Da Ros ha ricostruito la «cupola» che ha pianificato gli scontri di S. Siro. Intimidazioni sotto casa e sul web

Non vuole sentire parlare di «Cupola» l'avvocato Alberto Tucci, difensore dell'ultras interista Luca Da Ros. Ma il quadro che lo stesso Da Ros, nei suoi verbali davanti ai pm che indagano sugli scontri del 26 dicembre vicino a San Siro, ha fatto delle dinamiche interne alla tifoseria nerazzurra assomiglia molto a quello dei vertici di un clan malavitoso. Perché le decisioni vengono prese solo dal Direttivo, la Cupola della curva, di cui fa parte un solo esponente di ogni club ultrà. Perché, come nelle famiglie mafiose, l'organizzazione si occupa anche della raccolta dei soldi per l'assistenza legale ai colpiti da Daspo o da arresti. Perché, come spiega Tucci, «gli ultras accedono alle notizie man mano che salgono nella scala gerarchica». E d'altronde, proprio come nei clan mafiosi, lo stesso Da Ros, colpevole di avere parlato con gli inquirenti, è bersagliato in questi giorni dall'epiteto di «infame»: sia in carcere, a San Vittore, sia con minacce all'indirizzo della famiglia, la casa dove ieri pomeriggio è potuto rientrare dopo che il giudice preliminare Guido Salvini gli aveva concesso gli arresti domiciliari. Salvini nell'ordinanza parla esplicitamente di «omertà» della curva e della «pressione che i gruppi di tifosi ultras sono in grado di esercitare» per azzittire i testimoni.

Nell'ultimo interrogatorio, Da Ros ha riconosciuto con certezza sette volti nell'album fotografico della Digos con 34 ultras dell'Inter: sette militanti della Curva che erano presenti il 26 in via Novara. Tra loro, Da Ros ha riconosciuto anche uno dei membri del «Direttivo», il gruppo che al primo piano del pub Cartoon, intorno alle 18,30 di Santo Stefano, decise l'offensiva: Nino Ciccarelli, leader dei Viking. E ha indicato con una lunga serie di soprannomi altri partecipanti alla serata sfociata nelle violenze e nella morte dell'ultrà Davide Belardinelli.

Scarso il contributo che su quest'ultimo punto, l'uccisione di Belardinelli, può venire da Da Ros, che nei suoi verbali (che riportiamo qui accanto) sposa l'ipotesi dell'investimento accidentale. Altri testimoni accreditano la versione di un atto deliberato: e su questo dettaglio cruciale l'inchiesta faticherà a sciogliere i dubbi, in mancanza di filmati attendibili. Di certo c'è che per ora l'accusa contestata è di omicidio volontario, e che il cerchio intorno al gruppo dei napoletani si stringe. «La Volvo dei miei assistiti non è l'auto coinvolta nell'incidente. Perché è stata lavata? Perché dopo essere andati a vedere la partita credo sia naturale riconsegnarla pulita», spiega il legale dei cinque tifosi indagati che viaggiavano sulla Volvo V40 trovata dalla Digos. Ieri è stata individuata una seconda auto coinvolta e i tre occupanti sono stati iscritti nel registro degli indagati. Ma di almeno dieci macchine della colonna napoletana si sa la targa e si saprà a breve chi le occupava.