La dittatura del buonismo che domina anche internet

Vietato dire "zingari". La censura buonista dei furbetti di Facebook

Vietata la parola «zingari». Vietato chiamare le cose con il loro nome. Perché la grande colpa di Matteo Salvini è aver detto che gli zingari sono zingari. E questa volta dietro la censura al leader leghista non c'è la solita sinistra bacchettona. Ma nientepopodimeno che Facebook. Il grande continente da un miliardo e mezzo di «abitanti virtuali» presieduto da Mark Zuckerberg. Un continente che, essendo un'azienda, non è una democrazia. Ovviamente. Ma, purtroppo, somiglia sempre di più a un'arrogante dittatura del politicamente corretto.

È il luogo in cui tutti possono esprimere la propria opinione. A patto che sia politicamente corretta. Roba da socialismo reale e da «soviet network» più che da «social network». Il problema è che il giudice ultimo, unico e insindacabile, che consegna la carta di circolazione intellettuale ai profili del social network è proprio Facebook. Che censura la tela L'origine del mondo di Courbet, banna le foto delle mamme che allattano e si prende la briga di zittire le voci controcorrente. Specialmente quando osano varcare le colonne d'Ercole del buonismo.

È successo ieri al leader della Lega, ma in passato è accaduto anche al sito internet di questo quotidiano, colpevole di aver pubblicato un articolo che non è piaciuto ai naviganti della creatura di Zuckerberg. Ed è assurdo che sul social network nel quale viaggiano quotidianamente insulti e minacce e sul quale gli jihadisti si sentono liberi di scrivere le loro idiozie, si tappi la bocca a un politico perché ha osato digitare queste scabrose sette lettere. Secondo questo criterio Iva Zanicchi dovrebbe essere tradotta a San Vittore per aver cantato chissà quante volte «Prendi questa mano, zingara».

Tutto questo fa ridere, ma fa anche schifo. Perché lo stesso Facebook che inibisce la pubblicazione di nuovi contenuti al pericolosissimo Salvini, non disdegna di far soldi con i molti contatti che il leader leghista colleziona. E non è poca roba: l'ultimo filmato postato sul social network - quello delle ragazze zingare, pardon rom, che confessano di rubare indisturbate -, ha avuto più di otto milioni di visualizzazioni. Otto milioni. Facebook con una mano tappa la bocca a Salvini e con l'altra intasca i soldi che guadagna dai suoi contenuti. Di qualunque tipo. L'azienda di Zuckerberg ha poi tentato una maldestra retromarcia: un contenuto della pagina di Salvini sarebbe stato eliminato per errore. Ma un altro è stato bannato - coscientemente - per incitamento all'odio( sic ). Quale? Impossibile saperlo. È una lotteria.

E i numeri li estraggono anche gli utenti che segnalano ciò che è «inappropriato». Quindi, quando la censura non parte dal social, gliela suggeriscono quattro squadristi mozza lingua pronti a zittire chi non la pensa come loro. Intanto il bel mondo della sinistra fa finta di niente, anzi se ne compiace. Gli zingari sono lontani dai salotti e non sono un problema da radical chic. Nessuna mobilitazione per un leghista censurato. Nessuno pronto a stracciarsi le vesti gridando alla morte della libertà di espressione. Nessuno che riempia le timeline di Facebook con centinaia di parole «vietate». Ma, alla fine, non sarà certo Zuckerberg, travestito da maestrina boldriniana, a impedirci di chiamare zingari gli zingari. Il buon senso è più forte di tutto, anche della dittatura del buonismo.

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