Il vino dà alla testa D'Alema si infuria e minaccia il cronista

L'ex premier perde le staffe dopo una domanda sulle bottiglie comprate dalla coop Cpl coinvolta nel caso Ischia. Fnsi: «Quesiti sempre legittimi»

I l vino di D'Alema, lo abbiamo scritto ieri, è piuttosto buono, semmai un filo caro. Niente affatto una «zozzeria», come lo definisce sulla sfiducia Vincenzo De Luca, candidato Pd in Campania. Ma evidentemente la bottiglia bevuta l'altroieri sera dall'ex segretario del Pd aveva preso d'aceto (capita anche ai migliori) perché ieri Baffino era in versione assai tannica, più astringente del solito: praticamente intrattabile. A pagare il fio Filippo Barone, inviato della trasmissione tv Virus , ieri a Bari per braccare D'Alema alla presentazione dell'ultimo numero della rivista Italianieuropei . Imperdibile il siparietto finale, in un a margine a taccuini e registratori sguainati. Barone chiede al politico democratico: «Qualcuno ha ritenuto inopportuno mischiare una convention del Pd con una vendita di 2mila bottiglie di vino...». D'Alema indossa una gelida ira: «Come risulta chiaramente dalle fatture, quegli acquisti sono avvenuti nel corso di due anni, in prossimità di festività, evidentemente per fare regali, come fanno molte imprese, e sono stati fatturati ad un trattamento di favore, con pagamenti a 4 mesi e non in una convention del Pd. E siccome sto denunciando diversi giornali, denuncerò anche lei, lei dice cose sciocche». Passa un minuto e D'Alema «identifica» il cronista scomodo: «Come si chiama lei, scusi? Devo trasmettere al mio avvocato questa informazione. La prego di mandare questa registrazione, avrà una denuncia».

E l'ex premier sembra fare sul serio: «Quello che sta accadendo - spiega - mi costringe a denunciare, cosa che cominceremo a fare da oggi, quanti organi di stampa, televisioni e radio, singoli giornalisti, si sono esercitati a dire cose false e palesemente diffamatorie». Gli avvocati Guido Calvi e Gianluca Luongo confermano di aver ricevuto mandato da D'Alema «di tutelare la sua onorabilità in sede sia civile che penale da ricostruzioni evidentemente errate e strumentali che compaiono su alcuni organi di stampa». D'Alema infatti si sente ingiustamente nel tritacarne: «Non sono indagato per nessun reato, perché rendere pubbliche in un atto giudiziario cose private di persone come mia moglie?». E ancora: «Questo episodio conferma quanto sia urgente ciò che dice oggi (ieri, ndr ) il vicepresidente del Csm, e cioè che occorre un intervento legislativo per la onorabilità delle persone che non sono indagate, che vengono chiamate in causa per vicende cui sono del tutto estranei, con evidente esclusivo scopo di promuovere delle campagne diffamatorie». Più nel dettaglio: «È evidentemente falso e diffamatorio che io sono stato beneficiario di bonifici per 70-85 mila euro». Sulla questione interviene anche l'Anm, l'associazione nazionale magistrati, per il cui presidente Maurizio Carbone «bisogna trovare un equo contemperamento tra le esigenze di tutelare le intercettazioni come fondamentale strumento di indagine, e quelle di tutelare la privacy non solo di chi è estraneo alle indagini, ma anche di chi è indagato, nonchè il diritto-dovere di informare».

In serata da D'Alema arrivano scuse che non scusano: «Mi dispiace di essermi arrabbiato con un collega che ha sostenuto con incredibile disinvoltura che io utilizzo le convention del partito democratico per vendere il mio vino cosa che, se non fossimo in questo clima, farebbe semplicemente sorridere». E la querela? A occhio e croce resta in piedi.

E il povero Barone? Incassa l'appoggio della categoria: «Il collega giornalista Massimo D'Alema - nota Santo Della Volpe, presidente della Federazione nazionale della stampa - dovrebbe ricordarsi che le domande dei giornalisti, in un paese libero, sono sempre legittime. Possono piacere o non piacere, essere considerate improprie o inopportune, persino sbagliate (a suo giudizio), ma devono essere sempre libere». Il vignaiolo D'Alema prenda nota.

di Andrea Cuomo

Roma